Sopravvivere in Puglia – I Teatri della Cupa parte II

ILENA AMBROSIO | La sopravvivenza è un istinto, un’impulsiva spinta all’autoconservazione. Ma tenere sempre saldo e vitale quell’istinto è resistenza e la resistenza è un progetto. Non un’azione estemporanea ma l’impegno costante di forze diverse che trovano sinergia di intenti e propositi.
Il kit di sopravvivenza pugliese approntato per I Teatri della Cupa ha voluto essere esattamente questo: strumento di resistenza alla crisi del mondo teatrale, valido per tutti, ovunque ma anche, più specificamente, spazio di resistenza del teatro pugliese e delle sue molteplici entità artistiche.

Ancora una volta infatti, il festival dedica una buona fetta della propria programmazione a realtà locali, nell’intento di realizzare una rete, una “social catena” artistica che faccia da sostegno ai percorsi di ciascun componente.
Buona pratica che ha dato esiti differenti in questa edizione del festival.

Racconto; si racconta tanto in Puglia. Abbiamo ritrovato Iliade di CartiCù Concentrico Factory e Corri, Dafne! scritto e interpretato da Ilaria Carlucci per una produzione di Tessuto Corporeo Factory Compagnia Transadriatica dei quali avevamo già parlato in occasione della loro presenza a Maggio all’infanzia di quest’anno.
Alla classicità e al racconto si sono dedicati anche Gaetano Colella, Enrico Messina e Daria Paoletta nel loro Metamorfosi. Indistinto racconto – una produzione Armamaxa Teatro/Pagine Bianche. Di questo progetto, della fatica di realizzarlo ma anche della soddisfazione ci racconteranno gli stessi Messina e Paoletta in un’intervista, a breve su PAC.

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Per ora riportiamo la sensazione di un lavoro suggestivo: una narrazione che rimbalza tra i tre interpreti – sacerdoti del mito in moderne tuniche che conferiscono un che di imponente e scultoreo – plasmandosi di volta in volta sulle loro specificità espressive; che si snoda in una scena (di Paolo Baroni) articolata in più livelli prospettici delimitati da cornici bianche e velini scuri: un labirinto indistinto e perciò poetico, in cui le figure dei tre, ma anche quelle evocate dal racconto, ora si sfumano ora si illuminano (luci di Francesco Dignitoso) come proprio accade nel meccanismo della memoria. Una narrazione incorniciata dalla storia di un uomo, una terra da amare, coltivare e un trullo, che vive/ha vissuto in un tempo che pare un eterno presente o un eterno passato; che si colora, poi, degli inserti a tratti ilari di teatro di figura, con la bella scultura in gommapiuma di Raffaele Scarimboli.
Resta volutamente vago il filo drammaturgico che lega gli episodi scelti, come a voler porgere all’ascoltatore la possibilità di cercare una chiave, o anche di non farlo, vivendo essenzialmente il momento di un racconto che trova in se stesso la propria ragion d’essere.

Un altro racconto, ma moderno, seppur dedicato a un tema che non conosce tempo, quello di Mattia e il nonno – anche questo raccontato di recente su PAC da Maria Francesca Germano. Indubbia la bellezza e il coraggio dell’operazione di Tonio De Nitto nel voler portare in scena una narrazione tanto delicata, non solo per il suo dire la morte ai bambini, ma anche per la sua poetica levità, una serie di scenari dipinti ad acquerello da sfiorare con la punta delle dita.

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Foto Guglielmo Bianchi

Leggerezza che, nell’interpretazione di Ippolito Chiarello, fortemente sentita ma forse – o forse per questo – molto carica, non sviluppa tutto il potenziale evocativo, e che beneficerebbe invece di una più tenue e variegata modulazione.
Si percepisce, comunque, la commozione di fronte al ritratto di un frammento di vita che ciascuno porta nel cuore come straziante eppur dolce ricordo.

Curato e bello – “semplicemente”, non c’è aggettivo più adatto – Pupe di pane, il lavoro proposto da AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore diretta da Franco Ungaro che si è avvalso della regia di Tonio De Nitto. Nella incantevole cornice degli spazi dell’Abbazia di Santa Maria di Cerrate si ridà vita a un rituale laicamente sacro, quello della preparazione delle pupe di pane, bambole modellate in attesa della Pasqua.

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Le cinque giovani e bravissime interpreti fanno delle loro mani e delle loro voci strumenti di una rievocazione che prende forma nei gesti mimati intorno alla mattrabbanca, il tavolo per la preparazione del pane; che prende i suoni del dialetto e del canto, i colori della gioia e della malinconia di ricordi legati a quell’alimento dal valore ancestralmente umano. Nei bellissimi costumi di Lilian Indraccolo le donne sono l’immagine di un altro tempo in cui il sapore e il profumo del pane erano lavoro, fatica, famiglia, condivisione. E con la condivisione di pezzi di pane si conclude la breve performance, un cammeo di cura e dedizione.

Ancora un racconto Preludi all’amore di Luigi D’elia, in scena con i Bevano Est (Stefano Delvecchio alla fisarmonica, Davide Castiglia al violino e Giampiero Cignani al clarinetto e clarinetto basso).

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Foto Guglielmo Bianchi

Una narrazione che intreccia storia e atmosfera da favola, fatta dei profumi, dei sapori e dei paesaggi di una Puglia che pare senza tempo eppure alle prese con un tempo che scorre e ne modifica i ritmi di vita e di lavoro, che dipinge la vita dei singoli e della collettività, i rituali comuni, gli amori, le tragedie. La voce del cantastorie, incontra le splendide melodie del trio, intrise di una saudade dal sapore antico e romanticissimo. Ma si fatica a seguire il filo delle vicende, a identificare di volta in volta i personaggi. La visionarietà di D’elia resta come sospesa sul limite della quarta parete, lasciandoci la sensazione di un’immaginario la cui completezza ci resta preclusa.

Più che perplessi ci ha lasciato, invece, la produzione di Teatro Zemrude, La camera di Maya, con la regia di Agostino Aresu. Ispirato alla figura di Maya Deren, regista americana di origine ucraine, pioniera del cinema sperimentale negli anni ’40 e ’50 del XX secolo, il lavoro «intende ricostruire l’immaginario dereniano e restituire il senso dello specchio/ferita, illusione della visione, rivoluzione all’interno del sé, mettendo in gioco linguaggi artistici misti».
Ecco, non conoscendo adeguatamente tale immaginario (bisogna ammetterlo) ci siamo approcciati al lavoro con una certa umiltà, consapevoli che probabilmente non avremmo potuto coglierne appieno il senso, ma fiduciosi nel fatto che la scelta di uno scenario di nicchia imponga aperture semantiche che lo rendano accessibile anche ai profani. E invece La Camera di Maya si struttura come un susseguirsi di «linguaggi artistici misti», appunto, che faticano a trovare una propria organica coerenza.

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Sullo sfondo uno schermo riproduce immagini dei corti della regista mentre in scena Clio Evans ne doppia alcune movenze, per poi entrare in un personaggio – la stessa Maya pare – che racconta episodi autobiografici che mescolano superstizione – la paura degli specchi che ti inghiottono l’immagine –, disagi familiari, giochi d’infanzia. Sequenze evocative, gestualità onorica, frammenti danzati si alternano a momenti narrativi senza trovare una reale sintesi. Intanto Agostino Aresu, anche lui in equilibrio tra questi differenti linguaggi, lascia nell’ambiguità il proprio ruolo drammaturgico: il fratello evocato nei ricordi? Una sorta di mago/sacerdote, forse riferimento alla fede buddhista della Daren e al suo interesse per il vudù? La presenza maligna che sta dietro lo specchio? Non si riesce a coglierlo. D’altro canto la musica dal vivo di Ersilia Prosperi (alla tromba) e di Daniela Diurisi (al sax baritono), benché potenzialmente efficace nell’accompagnare l’atmosfera dereniana, pare sposarsi a fatica con gli altri espedienti scenici, in primis le tracce registrate (condurrà a un inferno dell’io Highway to Hell degli AC/DC?).
L’ambiguità dell’oggetto specchio – riproposta in scena tramite pannelli specchiati continuamente spostati da Aresu – è una cifra semantica del cinema dereniano (ci si  documenta per cercare di capire) e, in particolare in Meshes of the Afternoon – uno dei corti riprodotti in scena – la famosa figura in nero con il volto di specchio è corrispettivo oggettivo della depersonalizzazione insita nell’osservare il mondo attraverso la realtà filtrata dello specchio. Ma qui questa chiave di lettura si perde in una serie di segni e segnali sconnessi, così che il surrealismo del cinema della Deren pare divenire un oscuro e impenetrabile non sense.

Variegato, dunque, lo scenario pugliese proposto da I Teatri della Cupa cui riconosciamo  la coraggiosa scelta di offrire una vetrina alle realtà del territorio. E tuttavia ci chiediamo se la virtuosità di tale posizione possa compensare la discutibile efficacia di alcune proposte, se l’apertura al proprio territorio sia da porre dinanzi a alla fiducia, conquistata di anno in anno, da un pubblico che ha accettato e dunque si aspetta di essere “formato” all’arte, fruendo prodotti di qualità.
Un punto sul quale riflettere.

 

METAMORFOSI
indistinto racconto (da Ovidio)

Armamaxa teatro / Pagine Bianche Teatro
di e con Gaetano Colella, Enrico Messina, Daria Paoletta
testi Daria Paoletta, Enrico Messina
regia Enrico Messina
luci Francesco Dignitoso
scene Paolo Baroni
costumi Lisa Serio
musica Mauro Francisco
scultura in gommapiuma Raffaele Scarimboli
sartoria Lucia Caliandro

MATTIA E IL NONNO
Factory Compagnia Transadriatica e Fondazione Sipario Toscana

tratto dal racconto omonimo di Roberto Piumini
con Ippolito Chiarello
adattamento e regia di Tonio De Nitto
musiche originali Paolo Coletta
costume Lapi Lou
luci Davide Arsenui
tecnico Matteo Santese
in collaborazione con Nasca Teatri di Terra

PUPE DI PANE
AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore

ideazione, testi e interpretazione Angelica Dipace, Benedetta Pati, Giulia Piccinni, Antonella Sabetta, Carmen Ines Tarantino
regia Tonio De Nitto
costumi Lilian Indraccolo
cura e coordinamento Franco Ungaro

PRELUDI ALL’AMORE
INTI Landscapes of the Moving Tales

di e con Luigi D’elia e i Bevano Est
regia Simonetta Dellomonaco
fisarmonica bionica Stefano Delvecchio
violino Davide Castiglia
clarinetto e clarinetto basso Giampiero Cignani

LA CAMERA DI MAYA
Teatro Zemrude

con Clio Evans e Agostino Aresu
regia Agostino Aresu
musiche in scena Daniela Diurisi (sax baritono, suoni e drammaturgia sonora) e Ersilia Prosperi (tromba, oggetti e composizioni originali
testi Agostino Aresu e Clio Evans
disegno luci e tecnica Sandrone

 

 

 



Categorie:Novità, Satura, Scena, Teatro

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