Condivisioni: Festival Opera Prima parte I

Giardini due torri

PIETRO UTILI | È nel cuore della piccola Rovigo che si animano le tappe della quindicesima edizione del Festival Opera Prima, legate tra loro da una rete di giovanissimi volontari da tutta Italia che, in maglietta bianca, fanno la spola da un capo all’altro del centro con l’energia di chi ama sinceramente il teatro e fatica con piacere per far funzionare questo Festival al secondo anno dalla sua resurrezione. Il filo rosso che lega tutti gli spettacoli, come ribadisce Massimo Munaro all’ombra dell’imponente e antichissima Torre Donà, è certamente quello della condivisione. Un teatro che dialoga con uno spettatore che deve essere soggetto attivo piuttosto che un mero oggetto di ricezione.

Nella Gran Guardia, storica caserma dell’Ottocento che affaccia sulla centralissima Piazza Vittorio Emanuele II, è collocata Soggetti Comuni, l’istallazione di MOMEC_Memoria in movimento. È un progetto ideato da Mario Previato, ex attore del Lemming, che da un anno ha dato vita a un collettivo che lavora sulla capacità di ricordare. Soggetti Comuni parla di memorie individuali condivise. Nell’ex caserma, superato un sipario nero, ci si perde in un labirinto di pannelli bianchi, posizionati in modo da creare più di una dozzina di nicchie. In ogni nicchia, un oggetto carico di ricordi donato da un cittadino è posto su un piccolo altare. Scarpette da danza logore, un maglione, un orsetto. Ogni nicchia è sormontata da un’immagine che compensa o amplifica il senso dell’oggetto esposto (un cuore anatomico, una piccola pianta, una fiammella stilizzata) creata con una retroproiezione a mo’ di ombra cinese. Ogni nicchia ha un altoparlante, ed è la voce della persona stessa che ha donato a raccontarci di quell’oggetto. Se ci si muove nello spazio, tutte le voci si accumulano, affastellandosi in un brusio disumano quasi angosciante. Bisogna avvicinarsi a un oggetto per distinguere la voce rassicurante di una confessione sincera.

A pochi passi di distanza dalla Gran Guardia si entra in Piazza Annonaria, che è un grande porticato dove si affacciano le vetrine di botteghe e pescherie dalle vecchie insegne colorate, per metà vuote o in allestimento, comunque tutte chiuse in quell’ora del pomeriggio, paralizzate come in fotografie di altri tempi che donano una piacevole malinconia. Nel cortile centrale c’è una delle due location dello spettacolo per un unico spettatore Hamlet Private delle Scarlattine Teatro, prodotto da Campsirago Residenza. Format teatrale inventato dalla regista tedesca Martina Marti, Hamlet Private può essere agito ovunque (pub, autobus, ecc). Le performer fanno accomodare lo spettatore a un tavolino, servono da bere e comincia la lettura di carte simili ai tarocchi, ognuna delle quali è collegata a un momento della storia di Amleto. Lo spettatore sceglie le sue carte e inevitabilmente medita sulla propria vita e sui suoi desideri, fino a rendersi conto di essere diventato eroe del suo personale dramma shakespeariano. Queste carte “amletiche” invitano costantemente a mettere in dubbio le proprie certezze e a sospendere l’azione in virtù di un ascolto più consapevole del mondo, consiglio sicuramente prezioso. Forse la performer tende a confondere un po’ troppo spesso la messa in dubbio con il non-agire. Amleto dubita, questo è certo… ma agisce continuamente.

Nel tardo pomeriggio si torna nei giardini tra le due torri erose dal tempo. Sul prato, un cerchio di sessanta persone vestite totalmente di bianco dà inizio alla Chiamata Pubblica per i Cinque Sensi dell’Attore, condotta da Massimo Munaro, Teatro del Lemming. È un momento intenso, carico di aspettative e di grande forza politica: si tratta di spostare un lavoro pensato per pochi attori, di solito svolto nel nido buio e protetto di un teatro, alla mercé di uno spazio pubblico e rivolto a chiunque, attori e non, senza limiti di età e numero dei partecipanti. E proprio di questa eterogeneità è composto il cerchio. Al ritmo di una musica tribale, i partecipanti ballano a occhi chiusi e perdono il normale contatto che si ha con lo spazio, con gli altri e con se stessi, per sprofondare in una dimensione dove queste relazioni diventano ancora più necessarie. Divisi a coppie, l’uno diventa angelo custode dell’altro, divenuto temporaneamente cieco, e si danza per il prato riscoprendo la gioia della premura e della fiducia. E poi gli spiriti di Orfeo ed Euridice si impossessano delle coppie, che negli occhi dell’altro sono invitati a vedere una persona amata e poi perduta, così da contemplare il dolore del lutto. Terminato il primo “riscaldamento” nei giardini, asciugate le lacrime i partecipanti bianco vestiti camminano in massa per le strade della città, sotto gli sguardi curiosi di gruppetti di anziani che ridacchiano sotto i baffi, e che forse sono proprio loro ad essere i più imbarazzati. Il gruppo arriva in Piazza Vittorio Emanuele II, se ne frega del vicinissimo tunz-tunz degli apericena e riprende il suo allenamento. Tornano coppie, amanti che si inseguono e che si perdono, e infine nasce un unico corpo fatto di corpi che come uno stormo vortica sulle mattonelle chiare. E intorno a questa massa, un cerchio di cittadini di tutte le età guarda incantato questo spettacolo anomalo, di cui intuisce la preziosità. È un messaggio di grande ricchezza, affatto banale in un momento in cui la sfiducia e la paura ingessano i cuori.

Sceso il buio, ci si sposta al Teatro del Lemming per Angst vor der Angst (Paura della paura) della giovane attrice e regista Chiara Elisa Rossini, del collettivo Welcome Project, che opera tra Berlino e Torino. Lo spettacolo è coprodotto con il Teatro del Lemming. Una giovane donna emerge dalle tenebre con un mantello nero e, con una filastrocca accompagnata da un carillon, informa che sarà la paura la protagonista del suo racconto. Esplode una musica elettronica violenta e le luci permettono di intravedere lo spazio che è un palco nudo inquadrato da quinte alla tedesca. In fondo, un telo per proiezioni dove balenano le parole chiave gridate dall’attrice in un microfono, parole in inglese di ansia, inadeguatezza e terrore. Al centro, un copricapo che è un colbacco con corna di cervo; la ragazza lo indossa e parte la danza struggente di una preda, e sul telo alle sue spalle un bosco frustato da una tormenta. Lo spettacolo è un continuo alternarsi di linguaggi e poetiche in una serie di frammenti che raccontano di paure individuali e collettive. Una confessione sul timore per una coppia di mussulmani durante un viaggio aereo, la danza di una “cappuccetto nero” maligna e inquietante, una fiaba dal finale tragico, partiture fisiche che raccontano il panico e ancora filastrocche che dipingono un mondo violento, il tutto accompagnato da proiezioni video perturbanti. Dopo essere emersa da una bara trasparente e aver dipinto con il rosso l’enorme volto di un diavolo, la ragazza, nuda e coperta di sangue, danza come una guerriera esausta che ha visto la paura, l’ha combattuta e adesso ci può ballare insieme. Chiara Elisa Rossini è una brava attrice. Lo spettacolo, così ricco di linguaggi differenti, rischia di non riuscire sempre a inquadrare coerentemente il tema, che a tratti appare poco leggibile.

Ultima tappa della giornata è la chiesa sconsacrata San Michele, location di Caligola-Assolo.1, di e con Bernardo Casertano in coproduzione con Festival Opera Prima. Nella penombra della navata, l’attore, che indossa una pelliccia lunga fino ai piedi, rannicchiato su se stesso come una massa informe, si schiude lentamente al ritmo di una musica ossessiva. Come una mente scissa, il suo personaggio dialoga tra sé in un discorso schizofrenico, in cui il testo di Camus diventa un pre-testo che riecheggia nel flusso del dialetto campano. Raggiunta la posizione eretta e scoperta la presenza del pubblico, l’attore diventa una figura che ha qualcosa di sacerdotale, e chinato su un piccolo pulpito microfonato continua il suo monologo sulla solitudine, che è il vero tema del racconto. Una solitudine personale contro cui lottare, un discorso che nel finale è un’implorazione verso il cielo in cui Casertano si mette letteralmente a nudo, seduto su una panchina, per poi, esausto, tornare accovacciato nella posizione di uovo, ma questa volta non c’è nessun involucro a coprirlo, la sua pelle nuda e fragile rimane esposta. Come per lo spettacolo precedente, sarebbe funzionale a una reale condivisione riuscire a tradurre in modo più chiaro e comunicativo le proprie esigenze teatrali e personali, senza ovviamente rinunciare a una ricerca poetica anche complessa.

Il giorno seguente, superati i postumi di un dopo-festival allegro annaffiato da birre artigianali e accompagnato dal ritmo festoso dei musicisti del luogo, è il momento di uno dei quattro gruppi storici invitati al Festival Opera Prima, ovvero il Teatro delle Ariette, con lo spettacolo Attorno a un Tavolo, piccoli fallimenti senza importanza. Una trentina di spettatori approda nella Sala Flumina del Museo dei grandi fiumi, ex monastero che non ha perso la sua sacralità. Ad accogliere il gruppo è un’enorme tavolo coperto da una tovaglia di plastica a scacchi rossi e bianchi; delle cantinelle alle estremità sostengono dei faretti. Tutt’intorno al tavolo, altri ripiani abbondano di uova, pomodori, sfoglia per le tagliatelle, attrezzi da cucina e oggetti rustici, e poi un forno, fornelli, pentole. Alle pareti, ricordi personali, disegni, immagini, parole, come quelli che si troverebbero nella cucina privata di due artisti. La coppia Paola Berselli e Stefano Pasquini, con il collega Maurizio Ferraresi, attendono i loro ospiti con il calore e quel minimo di responsabile preoccupazione di una grande cena tra amici. La compagnia torna a lavorare attorno a un tavolo dopo vent’anni dal fortunato spettacolo Teatro da Mangiare?. Questo lavoro è soprattutto un’occasione per parlare di loro stessi, per condividere le gioie e le sofferenze di una coppia di attori e di innamorati che ha rischiato di abbandonare per sempre il teatro, e che proprio perdendo la cosa più preziosa ha scoperto l’amore per la terra, per il cibo prodotto e condiviso, laggiù nell’eremo dei colli bolognesi a trenta chilometri dalla civiltà. Ma è stata proprio questa “perdita” a far tornare nelle loro vite il teatro come una necessità prepotente, un teatro che si è sposato definitivamente con la loro arte di cuochi, in un rito che è condivisione pura, storie che si fanno pane per una platea di ospiti commossi e divertiti. Tra narrazioni che hanno la sincerità di una confidenza e momenti veri e propri di clownerie, Il Teatro delle Ariette serve letteralmente il suo pubblico e intanto si racconta. Sono quasi tutte storie di perdite, alcune profondamente dolorose: il proprio raccolto mangiato dai cinghiali, un amico mugnaio che perde il suo mulino perché i potenti hanno deviato il corso d’acqua, e poi si vola in un carro bestiame diretto ad Auschwitz dove un padre inscena al proprio bambino la vita che non vivrà mai. Ma l’antidoto proposto dal Teatro delle Ariette è quello duro e vitale dell’accettazione del dolore, e della ancora più difficile arte dell’ironia che, se raggiunta sul serio, addomestica le ombre. Gli spettatori, spezzato un primo imbarazzo, si servono e mangiano ottimo cibo, scambiandosi di tanto in tanto un sorriso o un’occhiata che trattiene una lacrima, e forse tutti provano un po’ di sana invidia per quella coppia che, bisogna dirlo, si ama davvero. Grandi professionisti, sia in teatro che in cucina.

SOGGETTI COMUNI
MOMEC_Memoria in movimento

da un’idea di Mario Previato
con l’aiuto di Fiorella Tommasini, Angela Tosatto, Antonia Bertagnon, Silvia Cova, Nadia Poletti, Giuseppe Ferrara
assistenza tecnica Alessio Papa
video Manuel Perini, Salvatore Restivo
musiche Massimo Munaro, Paolo Brusò
si ringrazia Scavezzon Biciclette
una produzione Festival Opera Prima

HAMLET PRIVATE
Scarlattine Teatro

performer Anna Fascendini, Giulietta Debernardi
script e direzione Martina Marti
con il sostegno di Kone Foundation, Arts Council of Finland, Swedish Cultural Foundation in Finland, Performance Center Eskus, City of Helsinki Cultural Office
produzione Campsirago Residenza

CHIAMATA PUBBLICA PER I CINQUE SENSI DELL’ATTORE
Teatro del Lemming

condotto da Massimo Munaro

ANGST VOR DER ANGST
Welcome Project – the foreigner’s theatre

di e con Chiara Elisa Rossini
assistenza ed elaborazione video Aurora Kellermann
musiche originali Munsha
assistenza tecnica Silvia Massicci
riprese video Marina Carluccio
co-produzione Teatro del Lemming

CALIGOLA – ASSOLO.1
Bernardo Casertano

di e con Bernardo Casertano
assistenza tecnica Chiara Saiella
con il sostegno del Teatro del Lemming attraverso il progetto “IN METAMORFOSI residenze per la ricerca teatrale”
co-produzione Festival Opera Prima
foto Matete Perversa (F. Martini)

ATTORNO A UN TAVOLO, piccoli fallimenti senza importanza
Teatro delle Ariette

di Paola Berselli, Stefano Pasquini
con Paola Berselli, Maurizio Ferraresi, Stefano Pasquini
regia Stefano Pasquini

 

 

 



Categorie:Cultura e società, Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

Tag:, , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: