Tra memoria e futuro, venti ore di festa per il ventennale del teatro India

LAURA NOVELLI | Nel settembre del 1999 nasceva il teatro India. Senza l’energica volontà progettuale di Mario Martone, allora direttore dello Stabile capitolino, quella nascita non ci sarebbe mai stata. Spettò a Carlo Cecchi, regista di una straordinaria trilogia shakespeariana composta da Amleto, Misura per Misura e Sogno di una notte di mezza estate,  inaugurare la seconda sala del Teatro di Roma nel segno di una ricerca espressiva che faceva piazza pulita di tanti cliché per restituire alla parola teatrale i suoi unici – validi – alleati: il corpo degli interpreti e lo spazio dell’azione.

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Ideato al teatro Garibaldi di Palermo nelle stagioni precedenti, il lavoro di Cecchi (nel cast, tra gli altri, lo stesso regista, Iaia Forte, Valerio Binasco, Arturo Cirillo, Tommaso Ragno, Maurizio Donadoni, Luigi Lo Cascio) si dimostrò una scelta quanto mai adatta all’apertura di India, visto che quel luogo sembrava elemento costitutivo dei tre spettacoli e, anzi, ne dettava il ritmo, la fluidità, le interazioni tra i personaggi, la fisicità plastica della recitazione e della regia. Ricordo ancora oggi l’emozione che provai nell’assistervi. Shakespeare aveva trovato abiti contemporanei, gesti dimessi, una lingua naturale, oserei dire fisiologica. E aveva trovato, soprattutto, una casa capace di riflettere senza enfasi la sua insuperata modernità.

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Sono passati vent’anni da allora e il Teatro di Roma, ora diretto da Giorgio Barberio Corsetti, si appresta a festeggiare l’importante compleanno del suo “secondogenito”  con l’evento Festa India. Vent’anni in venti ore dappertutto,  atteso per il 21 e il 22 settembre. Concepita come un contenitore di iniziative diurne e notturne disseminate nei vari spazi della struttura, la festa mette insieme un carnet di presenze quanto mai significative per India e per la scena romana. Qualche nota nostalgica certo (e non c’è niente di male), ma anche tante energie che preludono traiettorie future. «Sarà un vortice continuo – si legge nei materiali stampa – e senza confini, in una molteplicità di presenze e identità che invitano allo scambio, alla prossimità e alla moltiplicazione delle forze creative e immaginative della città. Gli spazi teatrali diventeranno cinema immaginario, sale da ballo per la rumba baciata e spazi segreti per inventare nuovi cocktail, guardare le stelle al telescopio, farsi leggere le carte da un coreografo, infilarsi in un accampamento estemporaneo per ascoltare, cantare o rifarsi il trucco, danzare fino all’alba e costruire una corrente multiforme che approfitta dell’occasione per inaugurare nuovi modi di abitare il teatro, fiume in piena di una città che vuole configurare il suo presente con onnivora determinazione».

La ricerca di nuovi modi di abitare il teatro era stata, d’altronde, una delle prerogative più importanti del progetto originario di Martone. Il senso di apertura, di accoglienza, di libertà aveva innervato le radici stesse di quell’impresa, che vide in pochi mesi trasformare alcuni capannoni industriali della zona Ostiense-Marconi, l’ex Mira Lanza, in un teatro insolito e al contempo magico.

C-004912Non a caso proprio La porta aperta si intitolava il bimestrale che il regista partenopeo aveva fondato per affiancare alla programmazione un corpus di approfondimenti, interviste, studi, riflessioni. Il primo numero aveva la copertina rossa e si apriva con un editoriale dedicato a India. Editoriale le cui prime righe recitano: «È il 28 agosto e mi aggiro nella polvere del cantiere del Teatro India con la speranza che tra dieci giorni davvero vi si reciti Amleto. Questa speranza mi dà la misura di che impresa sia stata compiuta in pochi mesi. Abbiamo lavorato duramente, i miei collaboratori ed io, per dare al Teatro di Roma uno spazio alternativo all’Argentina. E nonostante sia direttore solo dall’inizio di quest’anno, la storia dell’acquisizione della Mira Lanza mi sembra già lunghissima, tanto è stata intensa. Era necessario acquisire un nuovo spazio non solo perché lo Stabile romano ne aveva bisogno per pianificare con più efficienza la programmazione e le prove, ma soprattutto perché il teatro contemporaneo non sempre può svilupparsi nei teatri tradizionali».

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C’è dunque un forte legame tra questo progetto e la storia artistica di Martone stesso: teatrante appassionato di cinema, arte, musica e, sin dagli esordi, instancabile sperimentatore di linguaggi commisti, di spazi non convenzionali.

Ma la nascita di India è intrinsecamente legata anche al rapporto con la città e i cittadini, alla riqualificazione di un intero quartiere, alla scommessa culturale e urbanistica messa in gioco. Gli stabilimenti dismessi dell’ex fabbrica sorgono lungo il Tevere, in una zona divisa tra campagna e agglomerato urbano. Una fascia di città lunare, silenziosa, diversa dal centro, dai quartieri limitrofi. A dominarla, quel Gazometro dalla bellezza metallica che è testimonianza storica, monumento contemporaneo, simbolo eloquente di una Roma novecentesca che muta e modifica di continuo il suo tessuto urbano.

«Proprio lì davanti – scrive ancora Martone – c’era un fabbricato in rovina in cui era possibile immaginare un teatro, per aspetto, dimensioni, acustica. […]. Oggi questo teatro esiste. È un teatro aperto alle più diverse possibilità espressive, in cui non prevale una pesante e costosa astrazione architettonica, ma piuttosto un ascolto e uno sguardo rivolto ai muri e alla vegetazione esistenti. […] Nobile e povero come si presenta ho voluto chiamare questo teatro India». E in un paragrafo successivo del suo lungo articolo, spiega in questi termini le ragioni della sua scelta: «Il nome di India allude a un viaggio: quello a cui è invitato lo spettatore che proviene dal luogo fondante del Teatro di Roma, l’Argentina».
L’idea del viaggio, delle trasmigrazioni possibili tra i due poli scenici dello Stabile non è solo una suggestione. Essa innerva in realtà l’intera stagione 1999/2000. Non esistono gerarchie, differenze. Le parole d’ordine sono, piuttosto, mescolare, osare: proporre la ricerca in una sala all’italiana e, viceversa, allestire spettacoli tradizionali in un ex cittadella industriale. Entrambe le sale del Teatro di Roma «vanno considerate tabulae rasae per il teatro, senza distinzioni né etichette. È possibile mettere in scena Shakespeare all’India (e a Shakespeare  è quasi consacrata la prima stagione di questo teatro), proprio mentre l’Argentina si rivela il palcoscenico adatto per la Genesi del gruppo Raffaello Sanzio». E ancora: «Quello che in ogni caso cercheremo di trasmettere agli spettatori è l’idea di teatro come laboratorio, come officina. Transiteranno numerosi “viaggiatori” in questa officina, provenienti ora da altri paesi, ora da altri tempi o da altri codici teatrali, ora da altre discipline, come il cinema, la musica o la danza, ma naturalmente vi sarà un’area di attori costante e riconoscibile, senza la quale mancherebbe l’architrave del teatro: in un teatro d’arte l’approfondimento del lavoro di gruppo è un valore irrinunciabile».

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E insieme a questa valorizzazione dell’ensemble, della collettività teatrale,  la nascita di India si fa vettore propulsivo di un progetto a più ampio raggio che contempla anche la formazione del pubblico, l’attenzione per tutti gli aspetti che concorrono al lavoro teatrale, la messa a segno di una nuova formula di abbonamenti, più elastica e libera, l’idea dello spazio culturale come luogo osmotico di vita cittadina. «La porta del teatro è aperta. Questo vale anche per uno Stabile, forse vale ancora di più per uno Stabile, se a questo termine vogliamo associare lo slancio dei teatri d’arte che nascevano in Italia nel dopoguerra e non la polverosa routine che troppo spesso vi hanno posato come una ragnatela le abitudini e la burocrazia».

In due decenni di attività, considerando il complesso organismo di progettualità che a India ha preso corpo, credo che le intenzioni di Martone siano state onorate, malgrado i lunghi periodi di chiusura (alcuni dei quali necessari tuttavia a interventi di ristrutturazione), i momenti di perdita di vitalità, di trascuratezza. Qui hanno preso vita rassegne e premi, laboratori e sperimentazioni. Qui gli artisti romani (e non solo) hanno spesso trovato una casa, un luogo dove confrontarsi e crescere. Qui il pubblico ha potuto vedere importanti produzioni internazionali. Qui si sono gettate le basi di tante operazioni culturali interessanti. Rispetto a vent’anni fa, oggi c’è una sala in più, ci sono poltrone comode (che hanno sostituito le panche in legno). Il botteghino è stato spostato all’interno e il giardino antistante è dominato, oltre che dalla facciata con le celebri scarpe di Mimmo Paladino divenute un simbolo di questo luogo, da un murales con il volto di Pier Paolo Pasolini. Ma lo spirito di India è rimasto quello di due decenni fa. India è sempre un continente di popolazioni viaggianti.

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A tracciarne le rotte ci sono oggi Francesca Corona, consulente artistica della sala, e ovviamente Barberio Corsetti, che  di luoghi non tradizionali si intende non poco, essendo stato per decenni un regista estremamente innovativo e coraggioso, capace di instaurare rapporti speciali con gli spazi non teatrali scelti per i suoi spettacoli.
Appare dunque quanto mai credibile la promessa che, nella nuova stagione, i diversi teatri dello Stabile «saranno organismi vivi aperti al pubblico il più possibile. India sarà abitato dagli artisti, avrà il suo bar-ritrovo». Tanto più che proprio a India verranno inaugurati una Scuola Serale per il pubblico (parte di un progetto di cooperazione europea) e un complesso contenitore produttivo e abitativo intitolato Oceano India (per informazioni più dettagliate, www.teatrodiroma.net). Dunque, la Festa di sabato e domenica prossimi sembra voler essere un’occasione di ricordo ma anche il trampolino di lancio di buone pratiche per il terzo millennio, perché memoria e futuro sono, a teatro, strettamente connessi.

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A proposito di memoria, vorrei terminare queste righe con un altro ricordo personale. Nel 2004, Martone  – che non dirigeva più il Teatro di Roma – venne nella capitale con una messinscena di Edipo a Colono allestita proprio nel suo India. Si trattava dell’ultimo lavoro della trilogia iniziata anni prima con I Sette contro Tebe. La tragedia, con protagonista Tony Bertorelli, iniziava al tramonto, all’aperto. Noi spettatori/coreuti stavamo in piedi e seguivamo il viaggio straziante di questo eroe ormai vecchio, esule e mendico. Il Gazometro di Ostiense si intravedeva al di là della strada solo in parte. C’era un alone di mistero, di misticismo e insieme di concreta verità. Poi lo spettacolo si spostava al chiuso. Sfruttava tutta la profondità dello spazio rappresentativo. Democrazia e tirannia si scontravano in una profusione di echi moderni. Finché la ben nota vicenda del vecchio cieco terminava  con la porta del fondo aperta verso il buio, la morte, la dannazione.

FESTA INDIA

Vent’anni in venti ore dappertutto

Evento realizzato con il contribuito e la collaborazione di Cosmic 70, Muta Imago, Federica Santoro, Ilenia Caleo, Bluemotion, Eleonora Danco, Mario Martone, Cesare Pietroiusti, Bartolini/Baronio, lacasadargilla, Matteo Garrone, Salvo Lombardo, Hugo Sanchez, Matteo Angius, Teatro delle Apparizioni, Adriana Borriello, Carmine Amoroso, Capibara, Daria Deflorian, Opa Opa aka invasioni balcaniche, Motus, Elisa Amoruso, Attilio Scarpellini, Fabio Condemi, DOM-, Silvia Calderoni, Angelo Mai, Giorgio Barberio Corsetti, Silvia Rampelli, Ra Di Martino, ROMA NON ESISTE, Roberta Zanardo, Industria Indipendente, mk, Sharing in Rome, Dj Muf, Graziano Graziani, Merende, Simone Tso, Francesca Corona, Paolo Ruffini, Monica Stambrini, Tuba Bazar, Emiliano Giayvia, dj Sakamoto Perpetuo e molti altri ancora.

Dalle ore 16 del 21 settembre  alle ore 12 del 22 – Teatro India

Ingresso gratuito

www.teatrodiroma.net



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