LEONARDO DELFANTI | L’adattamento teatrale di Il Serpente di Luigi Malerba rappresenta l’ultima sfida del Teatro Scientifico-Laboratorio di Verona, uno spettacolo che si inserisce nel progetto #amorlietomalatonegato ideato da Isabella Caserta.
Il romanzo, apparso per la prima volta nel 1966, è stato recentemente edito da Mondadori nella sua versione teatrale grazie a Francesco Laruffa, coregista dello spettacolo assieme a Isabella Caserta.

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La scelta del Teatro Laboratorio è audace e la scarsa presenza del pubblico in sala, purtoppo, ne è stata la prova. La ripresa di Il serpente, in parte, si inserisce in un filone di analisi storico-politica che la società italiana sta affrontando sul periodo post-moderno, in particolare sulla figura di Umberto Eco e del Gruppo 63 (del quale Luigi Malerba fu co-fondatore assieme a Eco e Sanguineti) e in parte si scontra con un pubblico ancora non disposto a guardarsi indietro, a voler analizzare quella che fu l’Italia della rinascita con strumenti raffinati quali il teatro e le più complesse forme culturali della società.
L’azzardo è quindi bifronte: da una lato un insieme di esperienze culturali e sociali non ancora sedimentate, dall’altro un pubblico che, complice la vicinanza della storia, non porge attenzione a quanto non è ancora stato impreziosito dalla polvere del tempo.

Il serpente, come Umberto Eco ha fatto notare in un suo intervento presso la Casa delle Letterature di Roma, apre la stagione post-moderna della narrativa di Malerba. Post-moderna sì, ma definita a posteriori. La critica ha bisogno di catalogare, chi invece si sporca le mani, cioè chi il teatro lo fa e lo dirige, molto meno.

È questo lo spunto che mi spinge ad apprezzare particolarmente lo sforzo teatrale di Francesco Laruffa e Isabella Caserta: un uomo che deve aver necessariamente passato molto tempo con Luigi Malerba (ignoro se dal vivo o se in compagnia dei suoi lavori) e una donna erede di una delle compagnie più avanguardiste d’Italia, che ha collaborato con il meglio della tradizione culturale dagli anni sessanta in poi.
Portare in scena un’opera come Il Serpente, oggi, è una sfida con il passato, così come un rilancio per il futuro.

La realizzazione teatrale riesce a evocare una Roma sulla fine degli anni sessanta, facendo riemergere nel pubblico ricordo di luoghi cari a chi la città eterna l’ha vissuta, come il Gianicolo o Castel Sant’Angelo, così come a far rivivere l’atmosfera delle prime giornate al mare a Ostia, quando si andava “tutti al mare”. Essenziale a questo scopo è l’uso di proiezioni video d’archivio così come l’utilizzo di una sagoma della FIAT 600 Multipla – l’auto del protagonista –, dando così un forte tocco di realismo alla narrazione.
Questo il plot: un commerciante di francobolli ossessionato dalla propria solitudine, mente in continuazione. Aggiungendo menzogna su menzogna arriva a scambiare conoscenti per amici, immaginare una moglie e un’amante, Miriam, incontrata ad un corso di canto, che subito abbandonerà una volta iniziata al relazione. La storia tra i due si avvicenda tra momenti di eclatante passione, di profondo romanticismo e di gelosia. Sembra essere un’avventura matura se non fosse che a un certo punto il protagonista uccide e cannibalizza il suo amore, per poi autodenunciarsi.
Miriam subirà il destino di tutte le finzioni: essere annichilite dal loro stesso inventore.

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Non a caso tutta la vicenda si svolge in un unico lungo monologo di Laruffa, il cui ritmo incalzante e la varietà di registri non annoiano mai, nel mezzo del quale appare, grazie a un sapiente gioco di luci e di uso delle quinte, la figura di Miriam (Isabella Caserta), giovane donna del suo tempo, emancipata e indipendente.
I due intessono una relazione tanto appassionata quanto inconcludente: lei appare e scompare nella scena come nella vita del protagonista, lui si sente costretto a gestirla tra la depressione e una vita da commerciante di successo.
L’effetto della narrazione distorta genera una varietà di registri tra il serio e il faceto che creano interesse, senza mai lasciare davvero comprendere il senso degli eventi. Il Serpente è un’opera sulla menzogna, sulla finzione claustrofobica e kafkiana di chi cerca di apparire quel che non è, un racconto che va avanti non per sviluppo della vicenda ma per accumulazione di attenzioni strappate a caro prezzo, tanto da portare il protagonista ad autodenunciarsi per aver ucciso e poi mangiato la sua amata.

Malerba e il Teatro Laboratorio narrano di una vicenda dei tratti grotteschi, quelli del protagonista complice di un orrendo delitto così come quelli dello scrittore o dell’attore che si ciba delle sue stesse parole per narrare l’inenarrabile.
Ecco allora che la vicenda del testo scritto trova congiunzione con la definizione che Lehmann, nel saggio Il teatro postdrammatico (1999), definisce come la forma teatrale per eccellenza del nostro tempo: una forma performativa dove la parola si trasforma tutt’al più in materiale fonico e l’esaltazione dell’arte come finzione diventa strumento di arricchimento scenico e di denuncia.

IL SERPENTE
di Luigi Malerba

regia Isabella Caserta, Francesco Laruffa
con Francesco Laruffa
e con la partecipazione di Isabella Caserta
produzione Teatro Scientifico-Teatro Laboratorio
scene e costumi Laboratorio Teatrale – Attrezzerie Peroni
elemento scenico a cura di Accademia di Belle Arti Macerata – Dipartimento di Scenografia
trucco e parrucco Mialitiana Sartor
tecnico Luca Cominacini
coordinamento Jana Balkan

Teatro Camploy di Verona
10 settembre 2019