Memorie pubbliche e private al MilanOFF Fringe Festival

PIETRO UTILI | Se si arriva a Niguarda con il tram 4, lo sguardo viene travolto da un enorme mural che grida NIGUARDA ANTIFASCISTA. Il cuore culturale del quartiere è il Teatro della Cooperativa dove, entrando nel suo piccolo foyer, lo spettatore viene scrutato da una pluralità di Lenin che sbirciano da quadri appesi ai muri. Sono quadri che hanno qualcosa di nostalgico, una nostalgia che può quasi suscitare tenerezza, ma poi ci si ricorda del coraggio di quel luogo, un tempio che mantiene viva la memoria che in tanti vogliono consumare, un tempio spesso preso come bersaglio da ignoranti spinti da rabbia cieca, che ne imbrattano l’ingresso con simboli di cui non comprendono la portata mortale.
Il Teatro della Cooperativa è stato uno degli spazi del Fringe Festival Milano OFF, e nell’ambito della rassegna ha ospitato Pezzi – Si vive per imparare a restare morti tanto tempo, di Rueda Teatro, uno spettacolo che con la memoria ha parecchio a che fare.

Il pubblico entra in sala e tre giovani attrici hanno già cominciato la loro azione. La scena è il palco nudo appena illuminato. Troneggiano cinque cubi di legno ammonticchiati al centro e altri due più grandi ai lati, su cui le tre donne si siedono e si rialzano incapaci di dominare il tormento che le assilla. Si esprimono al ritmo di una partitura con gesti di mal sopportato dolore. Ed è già chiaro quale sarà il linguaggio: una lingua non naturalistica ma un parlato musicale che scandisce il dialetto del centro-Italia nel ritmo ripetitivo dell’angoscia e dell’ossessione. Le tre indossano una camicia da notte lunga fino ai piedi, solo una, chiaramente “la madre”, ha una vestaglia. Le altre due sono le sue giovani figlie.

È l’8 Dicembre e la madre vuole fare l’albero di Natale. È subito chiaro che questo gesto è un palliativo per il dolore di un lutto che non viene nominato. Le figlie non ne hanno voglia, non si ricordano neanche dove sia l’albero. ma la madre insiste e allora l’albero si fa. Ogni azione diventa un’occasione per ricordare o per confessare un proprio desiderio segreto. E così entriamo nella testa dei personaggi.
La figlia più grande vuole evadere da lì, lontano da quella famiglia che la soffoca con l’illusione che le cose vadano bene. La più piccola invece si rifugia nel desiderio impossibile di non crescere mai. La madre vorrebbe essere di nuovo toccata, stretta, essere amata, ma la prigione che si è costruita glielo impedisce. E l’albero comincia a farsi: dalle scatole, le donne estraggono tante piccole canne di bambù che infilzano su un’asta di metallo: più che un albero è lo scheletro di un albero.

Una di quelle scatole è anche un baule pieno di vecchie cravatte. «Non le avevi buttate via?» chiede la figlia più grande alla madre. E in effetti no. Il lutto è rimasto chiuso in soffitta. Né buttato, né contemplato. E la madre continua con la sua illusione: convince la figlia maggiore a travestirsi da spirito gioioso e palesarsi così conciata proprio la notte di Natale, per far contenta la più piccola. La figlia non vuole ma poi accetta a malincuore.
Ed è proprio in questa fatidica notte che si raggiunge il climax dello spettacolo: la figlia più grande si presenta alla sorellina vestita con il costume che, più che imitare Babbo Natale, vuole essere immagine del padre defunto. Ma, come si sa, i più piccoli sono anche i più difficili da prendere in giro sulle questioni importanti: la bambina non crede neanche per un secondo a quella finzione, perché quell’uomo non era così, e lo comincia a descrivere in tutti i suoi dettagli, belli e non. Questa descrizione vomitata contagia le altre due, e tutte partono a far rivivere quella figura, imitandola, prendendola in giro, vivendone i gesti e le abitudini, portandola in scena. Ed è proprio questo gioco del teatro che esorcizza il dolore. Perché era chiaro per tutte che quell’uomo fosse scomparso, ma forse adesso è chiaro che loro, invece, sono vive.

Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi portano in scena uno stile scandito da un buon rigore ritmico che trasforma anche gli scambi più ordinari in un flusso musicale coerente.
La giovanissima autrice e regista Laura Nardinocchi riesce a trattare con concretezza e verità un tema che, affrontato senza la necessaria misura, rischierebbe di cadere nella retorica o nel patetismo.
Le scene di Ludovica Muraca sono semplici quanto funzionali: sette cubi che vengono continuamente riposizionati dalle attrici stesse, per diventare prima un pulpito dal quale esternare il proprio dolore personale poi un ossario di cimitero al termine del funerale del caro estinto.
Pezzi ha vinto il premio per il miglior spettacolo e il premio della stampa al Roma Fringe Festival 2019. È uno spettacolo che ha ancora tempo per maturare e migliorare. Intanto, gli si augura tanta fortuna.


PEZZI – Si vive per imparare a restare morti tanto tempo
Rueda Teatro

regia e drammaturgia Laura Nardinocchi
con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi, Claudia Guidi
produzione Florian Metateatro, Rueda Teatro, Theatron Produzioni
sound designer Francesco Gentile
scene Ludovica Muraca
foto di scena Simone Galli



Categorie:In evidenza, Novità, Performing Arts, Satura, Scena, Teatro

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