Prigionieri di guerra in Norvegia e giovani migranti a Babele al MilanoOff

ELENA SCOLARI | L’edizione 2019 (la terza) di MilanOff Fringe Festival, conclusasi lo scorso 22 settembre, porta intorno al bollo rosso del logo la sigla FIL, ossia Felicità Interna Lorda. Il festival si è posto l’obiettivo di incrementarne la produzione. Lorda rispetto a cosa non è precisato ma il punto è la parola felicità, ça va sans dire. Benché la missione sia di non facile realizzazione, gli organizzatori, capeggiati da Renato Lombardo e Francesca Vitale, hanno senz’altro lavorato in una direzione che – considerando diversi aspetti di una manifestazione teatrale in una città come Milano – ha conseguito esiti positivi per pubblico e artisti.
Il MilanOff ha occupato alcuni spazi milanesi: La fabbrica del vapore, il Teatro Libero e il Teatro della Cooperativa, Isolacasateatro; più quartieri sono quindi stati toccati e abitati da spettacoli e performance, forse con qualche difficoltà nello spostarsi da una zona all’altra ma sicuramente offrendo proposte diffuse.
Non è facile promuovere un festival in una città piena di iniziative come Milano, per di più un festival che si tiene in più luoghi, quindi l’off non è tanto una definizione di genere o di stile teatrale quanto una volontà di tessere un legame tra punti. Se si formerà un disegno nitido lo vedremo nel corso delle prossime edizioni.

Al Teatro della Cooperativa abbiamo visto Skua 1940 di LaRibalta (Novara) e Il coro di Babele di Barbe à papa Teatro.

Il primo si svolge in Norvegia, nell’inverno del 1940: in una baracca trovano rifugio cinque aviatori, tre tedeschi e due inglesi, che hanno abbattuto i reciproci aerei in battaglia; i tedeschi arrivati per primi faranno prigionieri i secondi. Inizialmente i due gruppi sono ovviamente contrapposti, aggressivi e diffidenti gli uni verso gli altri, poi le condizioni avverse (il freddo, la situazione di emergenza, il cibo scarso) li renderanno quasi amici e li porteranno a trovare punti in comune umani più forti delle diverse nazionalità di provenienza e degli schieramenti di guerra.
Il tutto avviene secondo uno svolgimento prevalentemente farsesco, un po’ da vaudeville, direi: scene comiche, battute di spirito, sketch splatter dal sapore demenziale. La volontà, possiamo immaginare, è quella di mettere a contrasto un contesto drammatico come quello bellico condendolo in salsa di commedia. Uno spunto rispettabile sebbene già assai visitato: la parodia dei militari, la mostra dell’assurdità di certe regole di guerra e la messa alla berlina di alte figure dell’esercito non così acute ha numerosi precedenti, eccellenti e non.
Le schermaglie tra il più alto in grado tedesco, stracarico di energia germanica, e il suo antagonista inglese sono buone ma il ribaltamento di posizione che ne deriva (le confidenze personali tra i due, per esempio) giunge d’improvviso, senza che se ne veda una graduale giustificazione drammaturgica. In un’ora e quaranta di spettacolo quello che davvero farà cadere le cortine sarà una solenne sbornia come in ogni caserma che si rispetti.
Riconosciamo a LaRibalta di aver confezionato un lavoro in cui il ritmo non manca, la scenografia è ben costruita, alcune gag sono riuscite e l’affiatamento dei cinque attori in scena (Andrea Gattinoni, Matteo Chippari, Matteo Minetti, Matteo Morigi, Federico Spaltini) è evidente. Non del tutto convincenti sono il testo e la regia di Roberto Lombardi, che azzarda anacronismi linguistici di cui non sempre è intelligibile l’utilità e che, soprattutto, tende a sbilanciare decisamente l’atmosfera generale verso la commedia, forse finendo per trascurare lo sfondo tragico del momento storico in cui cala i cinque personaggi.

Di tutt’altra natura è Il coro di Babele, in cui i cinque giovani attori (Chiara Buzzone, Federica D’Amore, Totò Galati, Roberta Giordano, Pierre Jacquemin) raccontano – rivolgendosi alla platea in uno stile misto tra il diario, l’illustrazione dello stesso e la confessione intima – che cosa significa “migrare” per i ragazzi di oggi. Si parte dalla definizione del vocabolario per arrivare a declinare i tanti sensi dello spostarsi, del viaggiare, ricercare, inseguire, secondo le vite di ognuno di loro.
Gli interpreti sono diretti con precisione da Claudio Zappalà, secondo uno schema un poco prevedibile ma indubbiamente chiaro. Ogni personaggio ha il suo momento ma i cinque bene si legano nelle scene collettive, in cui riescono a dare concretezza all’idea di gruppo e al sentimento che si crea tra simili, tra coinquilini (il modello della serie televisiva Friends ha fatto scuola, in questo senso) e tra giovani che si ritrovano concittadini in una terra terza, che non è quella di nascita per nessuno.
C’è appunto l’invenzione di Babele, città fantastica simbolo di tutti quei luoghi che divengono patria elettiva per questioni di studio, di lavoro, d’amore… Qualcuno la trova ostile, qualcuno non riuscirà a lasciarla, per tutti è una tappa di maggior comprensione di sé.
Chi è stato studente Erasmus riconoscerà circostanze e cliché che si ripetono (ma davvero i genitori spediscono ancora i rigatoni ai figli all’estero?!).

Il coro di Babele è uno spettacolo vivace, forse con qualche eccesso perché non sempre è obbligatoria l’equazione giovane = sprizzo energia a ogni movimento, le coreografie-balletto potrebbero essere più “leggere”, ma c’è molta sincerità e una voglia genuina di ragionare intorno a qualcosa di estremamente significativo per una generazione (o anche due, forse).
I cinque attori che formano il coro di questo immaginario punto di convergenza disegnato in teatro aprono i loro trolley e ne estraggono aspettative, speranze, in definitiva sogni che, si sa, sono ciò che spinge avanti nel tentativo di avvicinarcisi il più possibile. Non troppo, però: altrimenti l’oro che rivestiva i desideri finirà per diventare polvere.

 

SKUA 1940

di Roberto Lombardi
con Andrea Gattinoni, Matteo Chippari, Matteo Minetti, Matteo Morigi, Federico Spaltini
luci e regia Roberto Lombardi
musiche Harold Arlen
costumi Daria Pasinetti
produzione Laribalta Artgroup

IL CORO DI BABELE

di Claudio Zappalà
con Chiara Buzzone, Federica D’Amore, Totò Galati, Roberta Giordano, Pierre Jacquemin
luci Claudia Borgia
regia Claudio Zappalà
musiche non originali di Solveig, Moderat, Valli, The Beatles, The Glitch Mob, Lennon
costumi Barbe à Papa Teatro
produzione Barbe à Papa Teatro

Teatro della Cooperativa
19 settembre 2019



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