Quel che resta dell’esistenza negli scarti: La Luna di Davide Iodice

66635279_377863092871033_5409137002912153600_nRENZO FRANCABANDERA | Sono diversi i momenti in cui la gola si stringe. 
Su quattro parallelepipedi ricoperti di sacchi di plastica di tono azzurro e verde chiaro, quasi a dare un’idea di mare, ma che agli appassionati d’arte ricordano le combustioni di Burri, si agita un primate, la cui pelle è ricoperta di colorate strisce di plastica, e sul volto, forse per sola ragione di concordanza cromatica più che per particolari esigenze di identificazione zoologica, le striature azzurre della popolazione dei mandrilli.
Siamo nell’oscurità di un grande ambiente al primo piano di Palazzo Fondi. Napoli. Settembre 2019.
Una scimmia, i parallelepipedi. Solo a dirlo viene in mente Kubrick. E in fondo il primate scenico partenopeo un po’ si agita come il suo più celebre antesignano cinematografico. Ma la storia qui è diversa. E nasce da un percorso di ricerca e creazione a partire dai rifiuti, dagli scarti, dal rimosso di una collettività, ideato e diretto da Davide Iodice.
La Luna ha debuttato, forse un po’ in sordina, negli ultimi giorni del NTFI 2019. Si tratta di una creazione prodotta da Teatri Associati di Napoli (TAN), interessante spazio della periferia del capoluogo campano diretto da Hilenia De Falco e Lello Serao, di cui in questa ripresa settembrina inaugura Confini Aperti, la stagione 2019 / 2020.

Lo spettacolo è la terza ideale tappa di una ricerca sulla crisi del contemporaneo, iniziata con La Fabbrica dei Sogni e proseguita con Un giorno tutto questo sarà tuo. Il sogno, l’eredità e ora lo scarto, il rifiuto, studiato, accolto ed elaborato nella sua accezione affettiva, emotiva, fino alla traslazione simbolico-poetica. Nei due anni che hanno preceduto l’allestimento dello spettacolo, Iodice ha invitato i cittadini, principalmente di Napoli, a portare nel corso dei vari laboratori teatrali realizzati, ciò di cui volevano disfarsi, e il risultato è stato sorprendente.

67089911_377862446204431_8669359390685396992_nSaliamo per la scalinata ed entriamo in una sorta di limbo in cui due figure dal volto coperto di argilla bianca, presenze ectoplasmatiche, ci addentrano all’universo degli oggetti lasciati, abbandonati. Con una rima che passa dall’uno all’altro ci mostrano gli oggetti presenti sul banco, ci invitano ad avvicinarci, a cercare il nostro. Ne consegnano alcuni agli astanti, chiedendo di custodirlo: il rametto di appucundria, l’orologgio scassato, e chist, e chill’ato…
Le parole si susseguono come lo sguardo degli spettatori, che fruga, passa di oggetto in oggetto in cerca di qualcosa che somigli loro.
Fatta eccezione per questo prologo dialettale in rima di Damiano Rossi, di sapore quasi ariostesco, in cui si fa menzione delle cose abbandonate, in cui si ritrovano però le identità profonde delle persone – un po’ come il senno dell’Orlando finito sulla Luna – il resto dello spettacolo cui si assisterà si intona alla poetica più consolidata del regista: poche parole, immagini precise ma ruvide, sporche, che da quelle parole si originano, e si sviluppano.
Entriamo in un grande ambiente oscuro, quello iniziale, dove un gruppo di ragazzi di strada, in una baraccopoli di buste d’immondizia, fruga a cercare chissà cosa, fra stracci in stile Pistoletto e rimandi all’art brut.

Siamo una cinquantina in platea, su una piccola gradinata di cinque file. Il grande spazio davanti a noi, lungo almeno una decina di metri – forse un grande salone del palazzo –sembra un ambiente disadorno, dove tutto emana polvere. Le voci off, come si intenderà ben  presto, non sono una drammaturgia costruita per la scena, ma la spontanea, diciamo così, confessione, dei diversi cittadini che hanno aderito al progetto; voci giustapposte registrate nel momento in cui consegnavano ciò che volevano lasciar andare. La ragione per cui volevano disfarsene è rimasta catturata. Oltre duecento storie, alcune incredibili. Ricordi della vita propria, della vita altrui, dolori, speranze, obiettivi raggiunti, obiettivi mancati.
67368814_377973772859965_3834341519611920384_nAd un certo punto, immaginando in filigrana il processo creativo, alcune vicende sono forse diventate di per sé più emblematiche, hanno cominciato a incorporare una capacità di coagulare l’azione fisica degli attori, sviluppando senso.
Si capisce che l’azione, che definire coreografica in fondo non è azzardato, nasce da una serie di improvvisazioni fisiche attorno a queste parole, e poi dalla capacità registica di legare gli elementi fra loro, di stabilire talune priorità, fissare via via alcuni movimenti, cercando un ritmo scenico che rimane comunque sostenuto, turbinante, come fosse un girone dantesco in cui le anime si avvicinano agli spettatori, un po’ come Paolo e Francesca.
Eccoli: il ragazzo che ha lasciato gli occhiali di quando era bambino e deriso, il vestito da sposa del matrimonio fallito sotto i colpi della violenza, il ricordo della bambina vicina di casa finita a prostituirsi. Non c’è un filo logico, quanto piuttosto icone, archetipi utilizzati in funzione di raccordo fra le varie scene, le varie vicende di vita vissuta. La scimmia, la dama nera, la maestra cattiva, l’essere sporcati, l’essere ripuliti, la zattera di salvataggio.

Vedere composizioni dal ritmo serrato ma naturale comunica sempre un’idea di facilità compositiva, tanto il processo e il passaggio delle sequenze è fluido. Ma sono proprio questi i casi in cui la fatica è maggiore. Qui tutto fluisce, in un susseguirsi di immagini accessibili, non ammalate di neopitagorismi teatrali di sorta. Ma il back stage dietro i parallelepipedi è frenetico, con cambi d’abito velocissimi e strenua prova fisica.
A teatro i lavori si dividono in due grandi categorie: quelli che evaporano dopo pochi giorni, soffi d’aria inconsistenti, e altri che con le loro immagini, le loro verità, continuano a dirci qualcosa per giorni oltre, anche quando quelle immagini a prima vista possono sembrare semplici, ordinarie. In fondo anche Andy Warhol ha costruito la sua poetica su immagini usate.

66731003_377957182861624_1967851257934643200_n«Tragedie personali ma anche collettive: qualcuno mi ha consegnato la mascherina che usa in casa vivendo nella Terra dei fuochi; un coltello sottratto a un bambino di dieci anni da parte di un ex ragazzo di strada che ha cambiato vita. E poi: rose appassite di amori violenti, chiavi di stanze chiuse dov’è successo qualcosa di doloroso e dove non si è più tornati, una gabbietta lasciata vuota da un uccello che si è squarciato il petto nel tentativo di liberarsi, una scimmia di peluche usata in un momento di terapia. E tanti, veramente tanti psicofarmaci» racconta Iodice.
Tutto questo carico di vicende è quello che viene portato sulla Luna, accompagnando il pubblico a toccare con mano le vite vissute, rianimate ma in modo metaforizzato, in un quadro simbolico-espressionista, visivamente coerente, merito senz’altro degli studi sul movimento di Fabrizio Varriale, ma anche dalla attenta lettura e della gestione dello spazio scenico di Tiziano Fario, su cui insistono senza essere visibili – ma lasciando che se ne intuisca la non banale struttura – le costruzioni scenotecniche di Luciano Di Rosa.
Di Fario anche la pregevole realizzazione di maschere e pupazzi, mentre i costumi, alcuni davvero di illuminata fantasia, sono di Daniela Salernitano, aiutata da Ilaria Barbato.
Belle le luci di Antonio Minichini, mentre qualche sforzo occorre sulla diffusione sonora e sulla fruizione delle voci registrate che, nella eco che si produce nel grande spazio rettangolare, rischiano di arrivare non completamente decifrabili.
La colonna sonora, quasi ossessiva, è la Sonata al chiaro di luna di Beethoven (legata ovviamente a un ricordo) ed eseguita prima alla chitarra, poi alla fisarmonica, e poi dai due strumenti assieme, prima di essere eseguita al pianoforte dal vivo da una degli interpreti.
In scena otto attori: performer che riescono a distinguersi singolarmente per la loro prova, ma anche e soprattutto come collettivo: Francesca Romana Bergamo, Alice Conti (notevole anche nel ruolo del primate), Fabio Faliero, Biagio Musella, Annamaria Palomba, Damiano Rossi, Ilaria Scarano e lo stesso Fabrizio Varriale.

La rinnovata forza di alcuni significativi esponenti del teatro partenopeo degli ultimi anni, pur distanti per poetica fra loro, ritorna sulla spiritualizzazione dell’identità umana, intendendo proprio il ricorso alla dimensione speculare ultraterrena, che ricollega al trapasso, all’abbandono, alla fine di persone e cose come momento rivelatore. Non a caso una delle scene cruciali sia proprio una sorta di via crucis, dei disperati, una processione dietro un crocifisso pop in stile David LaChapelle. Ma la processione poi ricorda altro, da Bruegel a Kantor, Bausch, Marin. L’atmosfera è quella de La classe morta. Le citazioni del linguaggio dell’arte abbondano, ma senza essere smaccate: riconoscibili da chi può, ma incastonate in modo sensato anche per chi non è in grado di leggere il rimando.
Iodice è un artista visivo, un  visionario raffinato, capace di compiere l’operazione che sempre l’artista deve portare a termine, quella di assumere la tecnica e poi rifuggirla per ricercarsi.
Il finale non rifugge (purtroppo) al bisogno di rompere la quarta parete, per portare un paio di persone a trapassare dalla platea all’oltremondo, ma per fortuna non apre nessun dibattito: accoglie solo per pochi istanti due spettatori nell’azione scenica prima che tutto venga avvolto dal buio finale.
Non che se ne senta poi un concreto bisogno o ce ne resti la sensazione di necessità ai fini scenici. Ma tant’è. S’adda fà. Aspettiamo con ansia lo spettacolo in cui ad un certo punto si costruisca un bel muro su ‘sta quarta parete! E magari dietro succeda di tutto, senza che dal di qua si veda e, soprattutto, che si possa partecipare.

66879384_377956519528357_4163184771507159040_nMa questo a parte, la creazione ci ha convinto.
Ci ha convinto di per se stessa nel complesso, ma anche per il grande senso del lavoro di squadra, nettamente percepibile.
Più di tutto La Luna – e questo forse può far storcere il naso ai puristi ma resta cifra meritoria della creazione – si arrischia nel non facile tentativo di tessere un ponte linguistico (non verbale) intergenerazionale, senza ammalarsi di una grammatica egemone, di consapevolezze anagrafiche dal cui pulpito sancire superiorità schematiche dell’idioma teatrale. La regia sa semplificare e complicare senza preoccuparsi sempre di rimanere nel chirurgico, perché nulla di queste esistenze narrate lo è.
Nei settanta minuti del lavoro, in qualche modo, qualche sconquasso comunque ci corrisponde, ci vibra fastidiosamente dentro, ci rivela, e ci riporta a galla la memoria di quello che ci ha trafitto. E lo raccolgo io e il giovane adolescente che mi siede di fianco.
La catena di immagini messa in fila da Iodice, per dirla con il Gadda de La cognizione del dolore, riconduce «il sistema dolce e alto della vita all’orrore dei sistemi subordinati, natura, sangue, materia: solitudine di visceri e di volti senza pensiero».

 

LA LUNA

ideazione, drammaturgia e regia Davide Iodice
prologo in versi Damiano Rossi
con Francesca Romana Bergamo, Alice Conti, Fabio Faliero, Biagio Musella, Annamaria Palomba, Damiano Rossi, Ilaria Scarano, Fabrizio Varriale
training e studi sul movimento Fabrizio Varriale
spazio scenico, maschere e pupazzi Tiziano Fario
costruzioni scenotecniche Luciano Di Rosa
costumi Daniela Salernitano
assistente ai costumi Ilaria Barbato
luce e suono Antonio Minichini
allestimento Mattia Di Mauro
foto di Cristina Ferraiuolo
produzione Teatri Associati di Napoli
con il sostegno di Fondazione Campania dei Festival/Napoli Teatro Festival
in collaborazione con scuola elementare del teatro|conservatorio popolare per le arti della scena, ideato e diretto da Davide Iodice e Centro di Prima Accoglienza Napoli
produzione esecutiva Interno5
direttore di produzione Hilenia De Falco
assistente di produzione Emanuele Sacchetti



Categorie:Arte, Cultura e società, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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