Terreni Creativi 2019: il valore di continuare a essere se stessi

MATTEO BRIGHENTI | Ricordare è rivivere. I gesti, le parole, ricominciano il tempo daccapo. Ritornano al passato, lo ripetono e, così facendo, lo reinventano. Allora diventa adesso.
La forma dell’oggi, quindi, è la somma di una vita di ieri in trasformazione continua. Agire di nuovo, dire ancora cosa e come si è visto o sentito, permette di essere i primi testimoni riconosciuti di se stessi. Una rappresentazione che intende prolungare il presente, o meglio questo presente, scavato a fondo nella memoria. Fin quando non si scopre già futuro.

Manifesto Terreni Creativi 2019_ foto Nicolò Puppo

Foto Nicolò Puppo

«Il domani dipende dagli uomini e dalle donne che decidiamo di essere oggi» scrivono i Kronoteatro nel manifesto di Terreni Creativi Festival 2019 (9-11 agosto), intitolato significativamente Tomorrow, ad Albenga città e nelle aziende agricole TerraAlta, BioVio, L’Ortofrutticola. Se l’Italia contemporanea crocifigge il diverso, i “poveri cristi” degli artisti rispondono con il sorriso sarcastico di Fabrice Takam fotografato da Nicolò Puppo sulla scorta di David LaChapelle, un Cristo di colore scelto come immagine radiosa di questa decima edizione. È il sorriso di chi, pur di rivendicare la propria diversità, è pronto a mettere in gioco tutto. Tutto, eccetto appunto se stesso, ovvero chi è diventato e vuole continuare a essere.

Il primo amore, si dice, non si scorda mai. Per tenerselo stretto per davvero, e provarlo non solo con il cuore e la mente, Marco D’Agostin ha scelto la testimonianza più grande e impossibile: incarnare la persona amata. Precisamente, la prova che ha rivelato quell’amore, la scintilla che ha acceso il desiderio di essere migliori per qualcuno. Ovvero, la 15 km a tecnica libera vinta alle Olimpiadi di Salt Lake City del 2002 dalla sciatrice Stefania Belmondo.

Terreni Creativi 2019 - Marco D'Agostin - First Love_ ph. Luca Del Pia

First Love. Foto Luca Del Pia

First Love ha un andamento che definiremmo da “teatro di narrazione danzato”. D’Agostin scandisce la telecronaca Rai dell’epoca e questa si fa musica per movimenti che accennano, sottolineano, rimandano ai piedi negli sci e alle mani con i bastoncini. Eppure, non ci sono né gli uni, né gli altri, e il bianco è solamente scena. La danza è l’atletica di un gesto di forza che rivela la grazia e la bellezza nascoste nell’agonismo.
L’assolo è insieme cronaca e vita, arte e tecnica, una vibrante e dolce dichiarazione all’atleta italiana più medagliata di sempre, al suo impegno e alla sua perseveranza, che l’hanno portata a Salt Lake City alla medaglia d’oro, nonostante il bastoncino rotto. In qualche modo, nel ritrovare e replicare le gesta della Belmondo, First Love ha pure il passo di una ricompensa al Marco D’Agostin che è stato da parte dell’artista che è oggi. La sua medaglia è aver creduto in quell’amore, dandogli braccia e gambe in grado di vincere sul tempo.

Francesca Foscarini
si presenta con uno specchio in mano rivolto al pubblico e a tutto l’intorno. I suoi occhi incrociano i nostri, i nostri i suoi, e lo specchio. La danzatrice cerca un riflesso della propria immagine, nel tentativo di uscire con il corpo dal corpo, cioè dalla forma umana: una trasfigurazione trasformista. Animale è una specie di rito di ricongiungimento con le forze ancestrali della natura, che abitano nelle pieghe della nostra insofferenza alla solitudine.

Terreni Creativi 2019 - Francesca Foscarini - Animale_ ph. Luca Del Pia

Animale. Foto Luca Del Pia

Creato originariamente per Romain Guion, il solo si rifà alle opere del pittore Antonio Ligabue, ai suoi quadri di animali e ai suoi autoritratti. Foscarini s’imbatte lungo la drammaturgia di Cosimo Lopalco in figure sgraziate, scomposte, un parto quasi butō, che genera in lei sembianze animalesche. Presenta, per così dire, la sofferta identità di ogni fattezza che assume. Manca, però, all’appuntamento con la leggerezza, la semplicità e l’occasione di mutare l’atmosfera al succedersi delle trasformazioni, invece che lasciarla scorrere uguale a se stessa (a quello pensano già le cicale).
Animale si concentra, dunque, sul mostrare. La danzatrice riproduce ciò che la abita dentro, evitando la vera sfida che pone lo specchio del palcoscenico: portarci con lei dentro quel dentro. Da ultimo, non le rimane che abbandonarsi al respiro, all’aria che è la medesima per noi e per gli animali, fino a perdersi sola nella vegetazione dietro di lei.

Esibiscono altrettanto le loro forme Salvo Lombardo e Daria Greco in Outdoor Dance Floor. Ricercano, in sostanza, come ammaliare il pubblico. L’aspetto è quello di un’animazione da discoteca che batte il tempo del dj set di Stigma. La pista, intanto, impone ai corpi una vuota simultaneità, una seduzione conquistata più per sfinimento che per reale convinzione.

Terreni Creativi 2019 - Salvo Lombardo - Outdoor Dance Floor_ ph. Luca Del Pia

Outdoor Dance Floor. Foto Luca Del Pia

L’inizio pare la rianimazione di una fotografia ingiallita. Lombardo e Greco escono allo scoperto nei costumi simil vittoriani di Chiara De Fant. Il ballo tra di loro, nella rarefatta intimità del classico, si scioglie in un ostentato scuotimento a beneficio degli spettatori con l’affacciarsi della musica elettronica insieme al video di Daniele Spanò. La coppia descrive i bpm, senza alcuna riflessione di sorta.
Si levano il sopra dei vestiti e scoprono delle magliette trasparenti, da vedo non vedo, ma anche questo non li scompone granché. La qualità, la grana, l’intenzione del movimento non cambiano, rimangono attaccati addosso come i riflessi nello specchio di Animale. Quando poi invitano tutti a ballare si capisce bene che Outdoor Dance Floor non serve ad altro che a introdurre il dj set di fine serata.

Colmare un’assenza, riconoscendone la distanza, sembra l’obiettivo programmatico di Se questo è Levi a cura di Luigi De Angelis / Fanny & Alexander, con Andrea Argentieri. Una performance itinerante che permette di riascoltare Primo Levi direttamente dalla sua voce non più viva.

Terreni Creativi 2019 - Fanny&Alexander - Se questo è Levi_ ph. Luca Del Pia

Se questo è Levi. Foto Luca Del Pia

Il condizionale del titolo, che richiama il celebre Se questo è un uomo, è la chiave di adattamento e accesso nell’azione. Argentieri, pur incredibilmente somigliante, non è Levi: fa Levi. Ridice le interviste, le dichiarazioni originali del chimico e scrittore sopravvissuto ad Auschwitz, mentre le ascolta in cuffia. Le ripete seguendole, o meglio, inseguendole su un accidentato percorso a ostacoli, fatto di slanci, incertezze, pause, ripensamenti. È l’eterodirezione, la cifra stilistica di Fanny & Alexander che, per certi versi, ha assimilato anche Marco D’Agostin in First Love.
Su tre tappe per altrettanti libri di Primo Levi, Pac ha assistito a quella per Il sistema periodico e a quella per I sommersi e i salvati. Una simile fenomenologia dello spirito di sopravvivenza indica nella fortuna, nella salute, nella curiosità e nel sentirsi parte di un gruppo le risorse vitali per non morire fuori e dentro.
Il lager è annientamento totale: scrivere, testimoniare, è rianimare l’umanità perduta. Pertanto, Se questo è Levi ci consegna le parole necessarie, oggi come non mai, per preservare a dare significato alla memoria. Ovvero, scegliere da che parte stare. Senza condizionali.
Le parole liberano, ma possono altresì imprigionare. Dietro sbarre reali, quanto al buio di calunnie, pregiudizi, stereotipi. Ad esempio, i padroni di casa, i Kronoteatro, nel loro sgangherato “cabaret Salvini” affrontano di petto la lingua razzista, sin dal titolo: Sporco negro. Tommaso Bianco, membro storico della compagnia, Bubacarr Bah e Alhagie Barra Sowe, non professionisti del Gambia, guidati fuori campo dal regista Maurizio Sguotti, sono i presentatori e attori sbrilluccicanti di uno show che fa più ironia che satira sui luoghi comuni della razza e della pelle di un altro colore.

Terreni Creativi 2019 - Kronoteatro - Sporco negro_ ph. Luca Del Pia

Sporco negro. Foto Luca Del Pia

La prima frase proiettata sul fondo con caratteri da La febbre del sabato sera fa capire subito il tono e il passo dello spettacolo: «Tutto quello che avreste voluto sapere sui negri e non avete mai usato chiedere». Da qui in avanti, Bianco – di nome e di carnagione – conduce, gestisce, manovra gli altri due in numeri da circo razziale e battute a doppio senso etnico, strette tra le manifestazioni di razzismo nella cultura nazionale-popolare (da Carosello con Calimero e il cioccolato Talmone, alla tv commerciale, a canzoni come La pelle nera oppure El Negro Zumbón) a interviste registrate a dei migranti sul loro essere, per l’appunto, migranti.
L’intenzione è quella, diciamo, di far scontrare la realtà concreta dei fatti con la loro rappresentazione pop, per tentare in scena una contestazione e demistificazione del pensiero e della pratica razzista. Al pari di Acqua di colonia di Frosini/Timpano, Sporco negro smaschera quanto la nostra vita quotidiana sia pervasa dalla discriminazione.
Una conquista, però, che non si spinge oltre, al cuore della questione: accettare tale pervasività come normale, innocua. Anzi, paradossalmente i Kronoteatro finiscono per riaffermarla, poiché se ne servono come materia per ridere e stare insieme in allegria. Un riso che allontana il problema, fino a non vederlo praticamente quasi più. Difatti, mentre loro tre ballano con la testa di scimmie sulle note di El Negro Zumbón, la signora seduta accanto a noi può tranquillamente tenere il tempo con il ventaglio.
La partecipazione della sala, va detto, è straconvinta. Si fa quasi movimento di popolo quando alla fine, dal palcoscenico, intonano Ma se ghe pensi, la storica canzone genovese sull’immigrazione e la nostalgia di casa: tutti la cantano in coro. Fra essere o non essere loro hanno scelto di essere. Due possibilità, afferma Marco Cacciola in Io sono. Solo. Amleto, con cui il pubblico, e di conseguenza il teatro, si giocano l’esistenza.

Terreni Creativi 2019 - Marco Cacciola - Io sono. Solo. Amleto_ ph. Luca Del Pia

Io sono. Solo. Amleto. Foto Luca Del Pia

Non a caso, le voci degli spettatori registrate durante il loro ingresso, la serie di «Io» in risposta a «Chi va là?», la prima battuta di Amleto di William Shakespeare, dà corpo al fantasma di Amleto, apparso proprio per vendicare la sua assenza, la sua scomparsa. È questa l’unica, vera intuizione di una tragedia fai da te dentro e fuori i personaggi, la classicità e la contemporaneità.
Io sono. Solo. Amleto è un miscuglio di trovate che Cacciola pare mettere in campo principalmente per sé, pro domo sua. Rincorre le pose giuste, appropriate a esibire una sofferenza studiata, da attore compreso del suo ruolo. Si ascolta a ogni passo, si approva e, naturalmente, se ne compiace. Polonio, Ofelia, Amleto, Claudio, a questo punto, non sono altro che frasi dette per sentire l’effetto che fa.
La fragilità complessiva, in definitiva, viene da una scarsa, per non dire assente, padronanza sui generi, gli stili e di presa sul pubblico. Un controllo di cui è maestro, all’opposto, quel portento di Antonio Rezza.

Terreni Creativi 2019 - Antonio Rezza - Pitecus_ ph. Luca Del Pia

Pitecus. Foto Luca Del Pia

Pitecus prende gli spettatori all’amo della comicità più spinta e, nel farlo, stigmatizza la loro scarsa capacità di attenzione e comprensione. Ridere, in questo caso, è alzare bandiera bianca, è riconoscere che ha ragione lui: meritiamo i suoi insulti, i suoi oltraggi. Perché siamo pigri e ancora molto lontani dal confrontarci seriamente sui temi trattati in scena, come la diversità, la famiglia, l’identità, il cambiamento. Meglio riderci sopra. E più Rezza ci offende, più noi ridiamo.
Alla base, quindi, c’è una profonda tristezza. Riuscire a far ridere come, dove e quando vuole, sempre e comunque, equivale a stringere il pubblico alle corde di una mera funzione coreografica. Esattamente ciò che Pitecus vuole scardinare. Un meraviglioso paradosso che, sketch dopo sketch, animando le tele di Flavia Mastrella, ti lascia con un tarlo insistente: il piccolo uomo, la piccola donna lassù sei tu. E tutti hanno riso di te. Anche tu.
Un territorio, questo, neanche lontanamente toccato dai Quotidiana.com in Il racconto delle cose mai accadute.

Terreni Creativi 2019 - Quotidiana.com - Il racconto delle cose mai accadute_ ph. Luca Del Pia

Il racconto delle cose mai accadute. Foto Luca Del Pia

Roberto Scappin porta su di sé il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, Paola Vannoni la Nikita di Luc Besson. S’incontrano in uno spazio metafisico, sospeso attorno a una gabbietta per uccelli vuota. Il candore latteo dell’ambiente può rimandare alla luce del proiettore, alla pagina ancora da scrivere, alle “cose mai accadute” del titolo. L’impresa oratoria dei due, invero, ruota attorno al cinema, all’andare al cinema e, più in generale, alla scintilla della creazione provocata da una realtà che chissà poi se esiste o no.
Scappin e Vannoni recitano in minore, con atteggiamento dimesso. La gestualità minimale rende i corpi mere parvenze, ombre sullo sfondo. A tratti fa sorridere il cut up che riunisce, per esempio, da Nanni Moretti a Michelangelo Antonioni, da Giorgio Gaber ad Amarcord di Federico Fellini. Tuttavia, l’impressione è quella di uno stanco ping-pong, che i due sperano di far passare per un acceso scontro di Wimbledon. Più che un testo, sembra un brain storming, che non va a fondo di nulla.
Tentano di mostrarsi da più punti di vista: la finzione, la vita, il commento, la descrizione. Ma il modo, a nostro avviso, resta sempre quello dello slogan, della verità indiscutibile. Del resto, il loro fine ultimo è rivendicare il fare ed essere dei Quotidiana.com, terminando con il citare il celebre monologo di Cyrano sull’indipendenza che nasce dal rifiuto. Una sequela di esclamazioni che, visto Il racconto delle cose mai accadute, possiamo ben fare nostre: «No, grazie!».

 

FIRST LOVE

di e con Marco D’Agostin
suono LSKA
consulenza scientifica Stefania Belmondo e Tommaso Custodero
consulenza drammaturgica Chiara Bersani
luci Alessio Guerra
una produzione VAN 2018
co-prodotto da Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Torinodanza Festival ed Espace Malraux – scène nationale de Chambéry et de la Savoie

ANIMALE

assolo interpretato originariamente da Romain Guion, in questa occasione da Francesca Foscarini
drammaturgia Cosimo Lopalco
musiche originali Andrea Cera
costumi Giuseppe Parisotto
produzione VAN
co-produzione La Biennale Danza di Venezia

OUTDOOR DANCE FLOOR

ideazione, coreografia e regia Salvo Lombardo
performance Daria Greco, Salvo Lombardo
video Daniele Spanò
dj set Stigma Rose (aka Erika Z. Galli\Industria indipendente)
luci Luca Giovagnoli
costumi Chiara De Fant
produzione Chiasma, Roma
con il sostegno di MiBAC – Ministero Beni e Attività Culturali
in collaborazione con Fondazione Romaeuropa

SE QUESTO È LEVI

performance itinerante sull’opera di Primo Levi
con Andrea Argentieri
a cura di Luigi De Angelis
produzione E/Fanny & Alexander

SPORCO NEGRO

con Bubacarr Bah, Tommaso Bianco e Alhagie Barra Sowe
regia Maurizio Sguotti
drammaturgia Kronoteatro
musiche e disegno luci Alex Nesti
costumi Francesca Marsella
movimenti Nicoletta Bernardini
produzione Kronoteatro
con il sostegno di Armunia Centro di Residenze Artistiche Castiglioncello
spettacolo vincitore de I Teatri del Sacro 2019

IO SONO. SOLO. AMLETO

di e con Marco Cacciola
drammaturgia a cura di Marco Cacciola e Marco Di Stefano
con testi originali di Marco Cacciola, Lorenzo Calza, Marco Di Stefano, Letizia Russo
audio live e video Marco Mantovani
luci Fabio Bozzetta
assistente alla regia Carlotta Viscovo
produzione e distribuzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale
si ringrazia InBalia / Residenza IDra / Manifattura K

PITECUS

di Flavia Mastrella, Antonio Rezza
con Antonio Rezza
quadri di scena Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
tecnica Daria Grispino
produzione RezzaMastrella – La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello

IL RACCONTO DELLE COSE MAI ACCADUTE

di e con Roberto Scappin, Paola Vannoni
produzione Quotidiana.com, Kronoteatro
con il sostegno di Regione Emilia-Romagna
grazie a Armunia Centro Residenze Artistiche Castiglioncello, ALDES/SPAM! rete per le arti contemporanee progetto Residenze


Terreni Creativi Festival, Albenga
9-11 agosto 2019



Categorie:Danza, Novità, punti di vista, Recensioni, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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