Gabriella Salvaterra: Un attimo prima, Dopo, e quell’articolo mai scritto di quattro anni fa

decc1d_a74feefce32d4c8da2fc300d3c3fbfc3~mv2RENZO FRANCABANDERA | Perché? Perché questo articolo, che avrei voluto finire nel 2015, arriva quattro anni dopo?
Cerchiamo di rifare il percorso al contrario, come Teseo, visto che alla fine del viaggio ci si trova spesso con qualcosa in mano, un filo invisibile che arriva da un passato che non è il nostro, ma potrebbe esserlo: una foto, un ritaglio, un oggetto di quelli che si tengono negli svuotatasche all’ingresso, o nel cassetto del soggiorno in cui si accumula tutto, dalle forbicine agli elastici spezzati, dalle pile scariche, ai fermagli della nonna.
Si viene spesso accompagnati in esperienze nello spazio buio, guidati, spinti ad affidarsi e a vivere l’esperienza di una drammaturgia olfattiva, o sonora.
Il vociare che dall’altra stanza si avvicina, come quando da bambini si ha la febbre e il mondo parla sottovoce nella stanza di fianco, magari accompagnando il dottore che è arrivato. O il lavaggio delle mani al buio in una bacinella di acqua profumata. Il ballo da bendati, con uno sconosciuto. La stanza da letto in cui piove dentro, da attraversare con l’ombrello.
Ogni volta mi sono ritrovato con la voglia di descrivere questi attraversamenti, ma pur essendomi rimasti indimenticabili, più di tanti spettacoli di prosa visti, non sono riuscito a trovare nel tempo l’innesco, la lucida razionalità critica, di confrontarmi con il percorso di Gabriella Salvaterra e delle sue creazioni.
Qualche giorno fa, dopo aver incrociato (volendolo fortemente) una delle sue ultime creazioni, Un attimo prima, in programma (con il tutto esaurito) al Festival Contemporanea a Prato, ho pensato che era la volta giusta.
Ho letto anche il documentato resoconto che ne ha reso Roberto Canziani, che ne ripercorre la traiettoria professionale.
Avvicinandomi all’idea di scrivere, vagando fra le stanze di casa, mi sono chiesto perché mai, allora, ci sia stata questa resistenza soggettiva.
Strano quando qualcosa ti piace e non trovi la forza di raccontarla.
Eppure tante volte, dal 2015 a oggi ci ho pensato. Perché?

Mi trovo finalmente a darmi la risposta sulla difficoltà del dirsi. Del dire di sé, perché in fondo dentro gli spazi emotivi immaginati con cura e leggerezza dall’artista, non è raro trovarsi nella condizione di esporsi, di portarsi a fior di pelle, per qualche ragione inconfessabile; si determina un accesso, comunque lo si voglia, a uno spazio intimo, profondo, che arriva appunto a narrarsi, forse a sé prima che agli altri e che lascia un bisogno finanche di non detto, o di non dicibile.
È il terreno dentro il quale si muovono Gabriella Salvaterra, figura cruciale del Teatro de los sentidos di Enrique Vargas, con il quale si è creato fin dalla fine degli anni Novanta un sodalizio artistico importante, da cui si sgancia di tanto in tanto per realizzare alcune pregevoli creazioni “soliste” – se tali si possono definire questi ritratti ad acqua, della memoria opalescente.

Il percorso dell’artista modenese, che vive e lavora tra Barcellona e il Cile, è legato indissolubilmente all’antropologo e regista latinoamericano teorico del teatro sensoriale, cui contribuisce aggiungendo una personale e spiccata vocazione alla danza e al pensiero architettonico, che le deriva dalla sua vocazione (e formazione) artigiana, cosa che le ha permesso in gioventù di lavorare per ERT (Emilia Romagna Teatro) realizzando per anni scenografie e costumi.
Nel Teatro de los Sentidos il suo percorso artistico arriva a maturazione: diventa  assistente di creazione e coordinatrice di tutte le opere principali di Vargas.
A conferma di quanto si diceva sulla passione per l’esperienza emotiva nello spazio fisico, non può non evidenziarsi il ruolo specifico affidatole da Vargas di creatrice di tutte le installazioni, dei labirinti e degli spazi sensoriali nelle ultime produzioni, da Oracoli, a La memoria del vino, e poi L’eco dell’ ombra, Filatura, Il Mondo al Rovescio, La Bottega dei Sensi, Piccoli Esercizi per il Buon Morire, L’Ultimo Ballo, Fermentazione, Cuore di Tenebre, fino a quel Rinascere, Reneixer, cui è stato possibile assistere nell’edizione 2019 del Napoli Teatro Festival – ospitato negli ambienti al primo piano di Palazzo Fondi.
Rinascere è uno spettacolo che, come La memoria del vino e Fermentazione chiude una sorta di trilogia legata all’ancestrale rituale della vinificazione e del passaggio dalla natura al lavoro umano, al tema del tempo necessario per le cose, al rapporto con la terra e al ruolo della memoria di processi e relazioni in via di sparizione nella società post industriale. Roba che si vede, al più, in un video.

Chi sente più l’odore del succo dell’uva o conosce il sapore del mosto, chi schiaccia più gli acini per raccoglierne il liquido zuccherino in una bottiglia, e aspettare pazientemente che fermenti? Attorno a questo rito si addensano elementi di una drammaturgia spezzata, che non pretende mai di diventare storia, quanto più rimando a elementi favolistici, fra oggetti da rigattieri, ombre proiettate su un telo come nelle antiche fiabe cinesi, momenti in cui gli spettatori vengono bendati e vivono veri e propri riti di passaggio.

Negli ultimi anni, mantenendo il suo lavoro creativo in Europa, la Salvaterra si è dedicata a sperimentare l’esperienza poetica partendo dal linguaggio sensoriale in luoghi naturali, creando spazi e installazioni, con artisti e artigiani in comunità rurali nel sud del Cile. Ed è proprio lì che nel 2015 ha debuttato Dopo, la prima fase della sua indagine sulla rottura e la riparazione, visto in Italia nel 2015 al Vie Festival, in una delle ultime edizioni sotto la illuminata direzione di Pietro Valenti.
È una “installazione sensoriale abitata”, seppure la presenza “umana” sia molto ridotta. Un viaggio per piccoli gruppi di spettatori che attraversano un percorso fatto di alcuni elementi legati alla memoria, al rapporto con l’attraversamento del dolore, della separazione, di ciò che ci muta per sempre.

Immagine_cSalvatorePastore

Con uno sguardo volto all’essenziale, potremmo dire che Un attimo prima sia stato pensato come la versione “abitata” e più drammatizzata del precedente Dopo. 
In Dopo, al netto di alcuni passaggi in cui ci sono delle presenze che aiutano ad attraversare delle strettoie più emotive che fisiche, il resto del percorso si configura come una installazione sul tema della frattura con la propria memoria, in cui l’elemento ancestrale dell’acqua scorre abbondante.
Si accede passando per un’ambiente iniziale, uno stanzone con decine e decine di valige il cui contenuto sembrava esser stato disposto ordinatamente sul pavimento; si entra poi nel “labirinto” accedendo ad un soggiorno con specchi e una tavola imbandita dove, invece che essere serviti di qualche genere di conforto per spettatori – come di solito capita – la padrona di casa racconta un piccolo prologo narrativo appena accennato, che si concentra ben presto sull’elemento iconico del piatto rotto, della frattura insanabile.

Di lì in avanti lo spettatore, seppur inserito in un piccolo gruppo, è abbastanza in solitudine. Questo è un altro tema che mi appare cruciale e che distingue le opere della Salvaterra solista. In Reneixer, per esempio, si viene spinti a definire con gli altri spettatori, a tratti anche un po’ forzatamente, una sorta di comunità di intenti, una dinamica collettiva che nel poco tempo a disposizione rischia di sembrare posticcia, seppur ben legata in un circuito ambientale sempre raffinatissimo.
Invece nelle creazioni della Salvaterra si parte in finti gruppi (come quello creato a inizio lavoro in Un attimo prima, in cui si entra in contatto con il tema della fotografia, che poi ricorre nello sviluppo simbolico del viaggio); ma ben presto ci si trova soli, a tu per tu con gli impiegati di un catasto della memoria, che aprono fascicoli a nostro nome, tirano fuori immagini, chiedono nome, data di nascita, come a dover calcolare chissà quale combinazione di quadri astrali, in una penombra che ci introduce al percorso.

Con riguardo in particolare al passaggio fra Dopo e Un attimo prima della Salvaterra, in relazione con il Reneixer del Teatro de los sentidos, si capisce come lo sviluppo creativo dell’opera solistica alimenti e si faccia alimentare dalle ricerche condotte con e per Los sentidos, così che immaginare compartimenti stagni o passaggi impermeabili è davvero impossibile. 
Lo stesso tema della schedatura iniziale, del riconoscimento, ricorre quasi identico in Reneixer (senza il preambolo della foto di gruppo, che invece c’è in Un attimo prima).
Ricorrono le ombre proiettate, le scatoline con le cianfrusaglie della nonna, seppure non nello stesso ordine, ma come elementi costitutivi di un rimando ai segni di una poetica che evidentemente sono stati nel tempo studiati come idonei a permettere l’accesso a uno spazio intimo, anche perché sono sempre realizzati con una cura estetica assoluta. In Reneixer indimenticabili sono le figure dei musicisti al buio che suonano dentro tende di veli trasparenti in cui poi gli spettatori finiscono accucciolati a dormire su un cuscino di terra, in fondo al quale è sepolta una bottiglietta di succo d’uva che diventerà vino.

Tornando alla ricerca in solitaria della Salvaterra (anche se poi tanto in solitaria non è per la presenza importante di Giovanna Pezzullo), dopo alcune tappe di avvicinamento arriviamo al 2017 quando presenta Un attimo prima al Festival Da Vicino nessuno è normale, organizzato da Olinda a Milano, focalizzandosi sulla creazione di un’esperienza poetica con gli abitanti-attori, con cui creare un lavoro collettivo per un gruppo di viaggiatori-spettatori. Ed è quanto successo anche a Prato, coinvolgendo nel laboratorio esperienziale che ha preceduto la performance, un gruppo di persone neofite dello spettacolo dal vivo e della performing art.

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In Un attimo prima rimane sconvolgente il ricordo del lavacro delle mani al buio, offerto a ciascun partecipante da uno sconosciuto, lo stesso sconosciuto, forse, con cui poco dopo ci si trova a ballare bendati. O magari lo stesso che ci ha schedato all’inizio e con cui abbiamo scambiato poche parole? Non lo sappiamo, perché queste figure sono sostanzialmente dei medium emotivi, che con dolcezza sostengono piccoli momenti di transfert, quel meccanismo mentale, si ricorderà, studiato in psicologia, per il quale un individuo tende a spostare schemi di sentimenti, emozioni e pensieri occorsi nel passato su una persona che entra in relazione con noi nel tempo presente, in questo caso sconosciuta e per larga parte oscura e non identificabile.
Si tratta di un processo quasi esclusivamente inconscio in cui di solito non si comprende del tutto dove si originino sentimenti, emozioni e pensieri profondi, e occorre dire che, con rispetto e intelligenza, le creazioni della Salvaterra, usando in modo opportuno il buio, evitano l’attribuzione di un volto, facilitando così il venire a galla dei ricordi attraverso la fantasia – visto comunque che il piccolo transfert cui si arriva in questi labirinti, seppur velocissimo e puntiforme, è comunque connesso alle relazioni oggettuali spesso “magiche” della nostra infanzia, le ricalca.
È quello il tempo in cui si crede che gli oggetti siano animati, abbiano poteri, un pensiero che da adulti spostiamo in un sottoscala sigillato dell’identità razionale, e che le creazioni del Teatro de los Sentidos e di Gabriella Salvaterra comunque arrivano a smuovere. Certo questo gioco con la memoria remota può apparire un po’ fiabesco, anche nel passaggio, che sempre ricorre, pericoloso, nell’attraversamento del bosco, nel rapporto con il ricordo del piatto rotto, di un ricordo doloroso; ma poi si viene raccolti, accolti, e  infine rilasciati.

decc1d_2c5e829529e8418e8d0526adea190c31~mv2_d_2000_1333_s_2Se una ricchezza ulteriore risulta in Un attimo prima, questa risiede nel fatto che i partecipanti alla “abitazione” dell’antica installazione Dopo, che invece era quasi disabitata, siano stati pensati non come professionisti, ma come un gruppo di persone, non teatranti, che decidono di partecipare prima a un laboratorio con l’artista, che li porta a comprendere innanzitutto su di sé la potenza del percorso emotivo, e poi a diventare medium al servizio dell’esperienza altrui, con una delicatezza di gesto che ha davvero dell’incredibile.
In creazioni di questo genere ci si può sentire un po’ “spinti” a ritornare bambini, cosa cui non sempre ci si sente di aderire, oppure a scrivere, testimoniare, lasciare traccia di chissà cosa a chissà chi; eppure, anche quando si vuol resistere a questo viaggio a ritroso, immancabilmente c’è la trappola verso il buco nero della memoria che cattura, in cui si resta impigliati.
Una magia, un vecchio trucco. Un profumo, un odore, un suono. Il bello dell’arte nel suo rapporto con i sensi, appunto.
Che uno che ha già visto qualcuna di queste creazioni, dice: stavolta non ci casco, non mi frega, so cosa succede.
E invece… Ogni volta, in qualche angolo del labirinto, in qualche momento, pur resistendo, ci si perde, si perde il contatto con la piena razionalità e ci si trova in una terra di nessuno, in cui si è soli, sì, soli a fare i conti con memorie dai contorni indecifrabili, che riaffiorano, sensazioni del lì per lì senza che il mondo attorno, quello “vero”, il fuori, abbia a che interferire. Il cellulare, whatsapp, i like. In quel tempo, in quei labirinti, comunque il fuori sparisce, anche quando si resta distanti e non si riesce o si vuole attraversare del tutto lo specchio di Alice, il varco di Peter Pan.
E quando una creazione d’arte riesce in questo, per me ha fatto abbondantemente il suo.

UN ATTIMO PRIMA
Un’esperienza poetica

di Gabriella Salvaterra
con la collaborazione di Giovanna Pezzullo
organizzazione Claudio Ponzana
Con la partecipazione di Laura Bambi, Deborah Pagliero, Giovanni Cecchini, Cecilia Lattari, Sylvia Louapre, Adelaide Mancuso, Francesco Maria Punzo, Doris Bonetti, Patrizia Ianni, Alessandro Volta, Elena Ferretti, Cristina Petitti

Festival Contemporanea, Prato
20-22 settembre 2019



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