Stranieri ed esploratori dell’ignoto: Akram Khan e Bruno Belträo a Torinodanza

LAURA BEVIONE | In occasione delle commemorazioni per i cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale, l’organizzazione inglese 14-18 NOW commissionò al coreografo e danzatore anglo-bengalese Akram Khan un lavoro che rendesse omaggio ai molti – e negletti – stranieri, in primo luogo indiani, che combatterono nelle trincee europee indossando l’uniforme britannica. Da qui il titolo – Xenos, ovvero ‘straniero’ – di uno spettacolo che non ha nulla della performance d’occasione o di mera commemorazione-celebrazione bensì sa sfruttare, con intelligenza e commossa inventività, un’opportunità e un motivo d’ispirazione per ritrarre l’atavica condizione dell’umanità, da sempre impegnata nell’inane sforzo di sconfiggere il dolore e la sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

Akram Khan, impegnato in un assolo di sessanta minuti, è il soldato-Prometeo, il Titano che, condannato dagli dei per la sua hybris, nel XX secolo è stato liberato dalla rupe cui era stato incatenato per essere sottoposto a un nuovo, terribile supplizio, ovvero la guerra di logoramento, l’orrore disumanizzante delle trincee.

Un Prometeo tramutato in soldato, dunque: una creatura privata della propria individualità e della propria umanità; non più persona, bensì arma del tutto sacrificabile in nome della vittoria contro l’esercito nemico.

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Foto Jean Louis Fernandez

Il Prometeo-soldato di Akram Khan, allora, reitera la propria ribellione, opponendosi alla reificazione dell’uomo quale conseguenza – ma anche causa – della guerra e rivendicando la propria unica e preziosa individualità. Un Prometeo molto umano, quindi, che si definisce “straniero” non tanto perché alieno alla nazione di cui è costretto a vestire le insegne, ma in quanto estraneo alla quotidianità dello stato bellico.

Una lotta per riaffermare la propria umanità che lo spettacolo di Khan rispecchia in una scenografia cangiante, che segnala con eloquente simbologia l’immedicabile ferita della guerra: all’inizio dello spettacolo, in scena c’è un’altalena, delle sedie accuratamente disposte, due musicisti accovacciati che accompagnano la danza, armoniosa e serena, del ballerino. A tratti, tuttavia, qualcuna delle lampadine che illumina il palco pare fulminarsi, ci sono inattese interruzioni di corrente…

La fragilità della situazione iniziale, presto spazzata letteralmente via dall’irrompere del conflitto, è memento per un’umanità immemore degli errori del passato, che forse non ascolta più le voci ammonitrici provenienti dalla cavernosa bocca metallica del grammofono che compare nella parte alta della scena. Ecco, allora, la necessità di ritornare al mondo arcaico di Prometeo: le corde che imprigionano il Titano, l’argilla con cui egli diede forma all’uomo e il fuoco che rubò per scaldare la propria creatura.

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Foto Jean Louis Fernandez

Vi è un evidente carattere materico e primigenio nello spettacolo: la terra scura che scivola sul palco inclinato, le pigne che cadano nel finale, le fiammelle e le lampadine a illuminare un buio angoscioso. E poi, le cavigliere di metallo che diventano corde, i costumi essenziali e dai colori neutri. Khan mescola passato e presente, buio e luce, e con la medesima fluidità fa dialogare la danza contemporanea con il Khatak della tradizione indiana, plasmando un linguaggio nuovo, sciolto e originale, che si nutre di movimenti a terra e veloce ed elegante mobilità delle braccia.

Akram Khan, con il suo corpo espressivo ed elegantemente dinamico, si pone in virtuosa ed empatica relazione tanto con la scenografia quanto con l’ensemble musicale, che accresce la composita potenza comunicativo-riflessiva ed emozionale di uno spettacolo che regala lacrime di pura com-passione per la nostra fragile umanità.

E la capacità di mettere in fertile relazione dizionari apparentemente irriducibili l’uno all’altro che informa il lavoro di Akram Khan, è alla base pure di Inoah, creazione del coreografo – e anche filosofo – brasiliano Bruno Belträo, che fa incontrare l’hip hop con una danza astratta e quasi mistica.

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Foto Kerstin Behrendt

Lo spettacolo, realizzato in scena da dieci performer, assai diversi l’uno dall’altro per fisicità e formazione, per colore e stile, si fonda sulla sospensione e sull’attesa, così come sulla simultaneità e sulla velocità.
Se in alcuni sipari i danzatori si prendono tutto il tempo per realizzare un gesto – un esempio è la mirabile, lunga sequenza iniziale, un duetto i cui protagonisti si fronteggiano muovendosi lentamente e osservandosi profondamente  – in altri, e in particolare nei pezzi corali, dominano rapidità, varietà e sincronismo. Allo stesso modo la musica, elettronica, pulsante, ora avvolge la sala, ora si interrompe, lasciando spazio a un silenzio felicemente abitato dai movimenti dell’ensemble.

Il coreografo brasiliano mira così a tradurre l’hip hop in rituale, costringendo movenze abitualmente disegnate da una musica sincopata ad assecondare un ritmo ieratico. Le acrobatiche posizione dell’hip hop sono sospese, sostenute per un intervallo di tempo dilatato. L’istantaneità di questo genere di danza è raggelata ed espansa così che esso appare significativamente ridefinito, benché Belträo ne conservi alcune convenzione quali la presenza ai lati del palco dei danzatori ad osservare l’esibizione dei compagni.

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Foto Kerstin Behrendt

L’intenzione del coreografo è quella di far convivere la concreta fisicità della danza con l’astratta spiritualità della meditazione; il gesto e l’incontro dei corpi dei danzatori con lo scambio di pensieri ed emozioni. Inoah diviene così un’esperienza di conoscenza e di interrelazione che, dal palcoscenico sa espandersi alla platea, silenziosamente e devotamente partecipe di un rito non soltanto artistico.

 

XENOS

direttore artistico, coreografia e interprete Akram Khan
drammaturgia Ruth Little
luci Michael Hulls
musiche originali e sound design Vincenzo Lamagna
scene Mirella Weingarten
costumi Kimie Nakano
testi Jordan Tannahill
musicisti Nina Harries (contrabbasso e voce), B C Manjunath (percussioni e konnakol), Tamar Osborn (sassofono baritono), Aditya Prakash (voce), Clarice Rarity (violino)
produzione Akram Khan Company; coproduzione italiana Torinodanza festival / Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale, Romaeuropa Festival

Fonderie Limone, Moncalieri (Torino), 25 settembre 2019

INOAH

direzione artistica Bruno Belträo
luci Renato Machado
costumi Marcelo Sommer
musiche Felipe Storino
interpreti Bruno Duarte, Eduardo Hermanson, Douglas Santos, Guilherme Nobre,
Joao Chataignier, Leandro Gomes, Leonardo Laureano, Alci Junior Kpuê,
Ronielson Araujo «Kapu», Sid Yon
produzione Grupo de Rua, con il patrocinio dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata del Brasile in Italia

Teatro Astra, Torino, 29 settembre 2019

www.torinodanzafestival.it



Categorie:Danza, Novità, Recensioni, Satura, Scena

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