Il futurismo dei Fratelli Dalla Via per l’inizio della nuova stagione PimOff

PIETRO UTILI | Sul limitare di Gratosoglio, tra palazzoni, asfalto a sei corsie ed edifici industriali, sorge il Teatro PimOff. Una volta entrati si viene accolti da uno dei foyer più incredibili di tutta Milano: un’enorme stanza bianca con alle pareti decine di quadri che vanno dall’astrattismo alla pop art. Tutt’intorno troneggiano vecchi flipper, giochi da bar e jukebox (che si scoprono perfettamente funzionanti, se uno ha il coraggio di provarli) e poi pompe di benzina vintage dai colori accesi e al centro poltroncine, tavolini e chaise longue di un ricercatissimo kitsch, il tutto illuminato da spirali di neon sul soffitto.
È in questa specie di atelier di un Andy Warhol un po’ “hipster” che si inaugura la nuova stagione del Teatro PimOff. La sala si riempie e il pubblico può gustare un ricchissimo aperitivo (c’è pure il sushi) mentre l’Elia Quintet, con una formazione quasi tutta al femminile, propone un jazz intimo e malinconico che ci riporta vagamente negl’anni Cinquanta.

 

WALTER-foto-02Al termine dell’esibizione, il pubblico può salire verso la grande sala teatrale. Sono i Fratelli Dalla Via con lo spettacolo Walter, i boschi a nord del futuro a dare il via alla nuova stagione PimOff.
I Fratelli Dalla Via vivono e lavorano a Tonezza del Cimone, sulle montagne vicentine. Il loro primo spettacolo, Piccolo Mondo Alpino, vince numerosi premi e viene messo in scena in francese al Théatre de l’Opsis a Montreal. con Mio figlio era come un padre per me vincono il Premio Scenario 2013. Come attrice, Marta Dalla Via ha vinto il Premio Mariangela Melato 2019.

Nell’oscurità, dagli altoparlanti tuona una voce con forte accento veneto che, parodiando le comunicazioni marziali di alcuni film distopici, ci fa capire dove siamo. È il 2019 ma è come se fosse il futuro. L’Europa è un mosaico di agglomerati urbani indipendenti, ecosostenibili e altamente tecnologici. Ad ogni cittadino viene istallato obbligatoriamente un “social chip” che consente di percepire il reddito di cittadinanza ed esprimere un’opinione politica (in cambio di un controllo totale da parte delle istituzioni, ovviamente). Tutte le aree a bassa densità abitativa, come le zone boschive o di montagna, dove non è possibile garantire una copertura totale del «segnale unico digitale,» sono state evacuate e rese proibite.

Nella penombra il palcoscenico è ricoperto quasi per intero da un manto di foglie secche, la cui piacevolezza viene spezzata dalla presenza di un paio di vecchi bidoni in metallo. In fondo, al centro, un tronco d’albero mozzato da cui partono pochi rami spogli. È un bosco ai piedi delle Alpi, una zona vietata.
È qui che compare Irma, la madre che ogni notte viene a cercare Walter, il suo figlio scomparso. Irma è una maschera che ricorda la commedia dell’arte, un personaggio comico che, nonostante il suo dolore, commenta con grande ironia quel mondo ipertecnologico che non riesce bene a comprendere, e nelle sue tirate si riempie la bocca di parole hi-tech che mal convivono con i suoi proverbi e riferimenti popolari, molto spesso legati all’immaginario veneto.
Entra in scena il secondo personaggio, la giovane hacker Ippolita, vestita come un tekno raver anni Novanta, molleggiata come Willy, il principe di Bel Air, che parla un linguaggio slangato spesso incomprensibile per la povera Irma. Ed è proprio un rave nel bosco quello che sta cercando, l’unica occasione di una condivisione reale.
Terzo personaggio è un ragazzo, un eremita in calzamaglia, monocolo ed elmetto in stile steampunk, che ha deciso di vivere nel bosco per scappare alla condivisione/controllo delle aree urbane. Irma lo scambia per suo figlio, sembra essere proprio lui, finalmente! Ma purtroppo non è così. In compenso, i due giovani decidono di mettere in campo le loro competenze informatiche e umane per aiutare la madre nella sua ricerca disperata.

Marta Dalla Via, Diego Dalla Via ed Elisabetta Granara sono bravi attori e la loro sinergia coinvolge un pubblico divertito e reattivo. Interessante l’illuminazione composta da torce, accendini, batterie e gruppi elettrogeni che ben riflette un clima fatto di sospensioni e allerte. L’unica colonna sonora sono i suoni di una motosega e di un decespugliatore inceppati.
Purtroppo non è per niente facile riuscire a tenere il filo della trama. Questo mondo futuristico entra in scena solo attraverso le parole dei personaggi, che molto spesso snocciolano una quantità di informazioni difficile da tenere a mente, e di cui quasi mai vediamo uno sviluppo drammatico comprensibile.
È come se ci fosse un universo al di là del palco, con regole complicate all’inverosimile, che però non viene mai agito dalle sue stesse creature, le quali sembrano provenire da un teatro dalle trame più semplici, basato più sulle situazioni e sulle capacità attoriali. L’effetto è un po’ quello che si otterrebbe se avessimo Mirandolina come protagonista di Inception.
Lo stesso contesto fantascientifico proposto non è molto chiaro nelle sue dinamiche, in cui spesso si scontrano elementi alla Black Mirror (il social chip) con altri provenienti da immaginari un po’ più anacronistici (a un certo punto i personaggi si collegano tra loro con una serie di cavi, cosa un po’ rara nell’era del wireless). Inoltre, le figure dei giovani sono un po’ stereotipate, e fanno riferimento a mode e termini dei ragazzi di almeno vent’anni fa.
In ogni caso, la presenza di queste atmosfere fantascientifiche in relazione a una recitazione che affonda le sue radici nel teatro popolare, offre di per sé uno spunto interessante. Il problema è che questi ingredienti non comunicano tra loro e spesso i differenti immaginari stridono, recando poca compattezza all’operazione.

 

WALTER, i boschi a nord del futuro
Fratelli Dalla Via


di e con Marta Dalla Via, Diego Dalla Via
e con Elisabetta Granara
direzione tecnica Roberto di Fresco
scene e costumi Fratelli Dalla Via
maschere Giorgio De Marchi
produzione Fratelli Dalla Via, Piccionaia centro produzione teatrale

 



Categorie:Cultura e società, Novità, Recensioni, Satura, Teatro

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