Se la famiglia diventa un incubo iperrealista: su “Moeder” e “Vader” dei Peeping Tom

LAURA BEVIONE | Il festival Torinodanza ha ospitato la scorsa settimana Vader (Padre) – Moeder (Madre) – Kind (Figlio): A Family Trilogy, il trittico realizzato fra il 2014 e il 2019 dalla compagnia fiamminga Peeping Tom. Dell’ultimo atto, Kind, ha scritto dettagliatamente Renzo Francabandera e, dunque, ci concentriamo sulle altre due parti e, in particolare, su Moeder.

Una casa-museo che rimanda a certe atmosfere alla Thomas Bernhard e, sul fondo, uno spazio chiuso che diventa ora camera mortuaria ora studio radiofonico, reparto maternità e limbo inquietante. E, ancora, la pioggia e il ricordo di un fluttuare – angoscioso e allo stesso tempo rassicurante – in quell’acqua che tanto ricorda il liquido amniotico.

Peeping Tom Moeder (Mother) - photo© Danilo Moroni

Foto Danilo Moroni

Com’è proprio della particolarissima lingua creata da Gabriela Carrizo e Franck Chartier, l’allestimento di un luogo scenico apparentemente reale e quotidiano – c’è pure un distributore automatico di caffè – si coniuga a una visionarietà pittoricamente e cinematograficamente allucinata, che introduce o mette in evidenza quell’elemento conturbante che abita anche gli interni più affabilmente domestici.   

C’è la confusione fra realtà e finzione – declinata pure in chiave comica, come avviene per le opere d’arte “viventi”: una statua che è in realtà un modello dotato di particolare autocontrollo oppure il dipinto che si anima e interagisce con l’osservatore. C’è il coesistere di passato-presente-futuro in un passaggio generazionale tutt’altro che lineare e pacifico; e c’è un desiderio di maternità ognora frustrato, e non tanto poiché la gravidanza viene preclusa ma in quanto ossessivo ed egotico bisogno di autoaffermazione.

Ecco, allora, l’infermiera costantemente incinta perché partorire significherebbe lasciare andare ciò che per nove mesi ci si è abituate a considerare una personalissima proprietà; ed ecco la neonata condannata a crescere – e persino invecchiare – in un’incubatrice, sottratta ai propri genitori che vorrebbero festeggiarne il compleanno tutti insieme.

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Foto Danilo Moroni

I Peeping Tom tratteggiano un’immagine contraddittoria e oscura della maternità, che rimanda più a tragici fatti di cronaca – madri assassine dei figli per eccesso di senso di protezione o, al contrario, per distruttive depressioni – che a idillici quadretti familiari, dipingendo sul palco scenari visionari e allucinati, iperrealistiche materializzazioni di incubi ricorrenti. Basti pensare a uno dei sipari finali: la figlia cresciuta che porta in braccio la se stessa bambina, entrambe nude, dietro un vetro che le rinchiude in un non-spazio occupato dalla voce da soprano di Eurudike De Beul, straziata eppure rabbiosa, disperata e determinata.
E i frangenti più dichiaratamente “leggeri” – l’imbranata operazione di polizia messa in atto dai due guardiani della casa-museo per bloccare una donna che ha rubato il quadro che le ricorda i pranzi dell’infanzia oppure la lotta ingaggiata da una delle performer con il succitato distributore di bevande calde – anziché sciogliere tensione e inquietudine, ne amplificano la portata, suggerendo l’impossibilità di attingere a una qualche univoca e solida verità.
In una realtà obliqua e fluida, soggetta ai capricciosi vagheggiamenti dell’animo umano – reificati in movimenti coreografici spezzati e artificiosi, forzatamente innaturali – le relazioni familiari si problematizzano e si complicano, le risate si tramutano in ghigno ovvero in pianto disperato, svelando l’ipocrisia di una presunta, innata, naturalità del rapporto madre-figli.

E, d’altronde, i Peeping Tom già ci avevano messi in guardia dal prestare troppa fede a rassicuranti stereotipi riguardo quell’entità forse non così “naturale” qual è la famiglia in Vader (Padre), primo capitolo della loro trilogia. Ambientato in una surreale casa di riposo, lo spettacolo raddoppia le figure paterne: c’è l’anziano Leo, musicista ancora capace di sedurre le sognanti ospiti del suo ricovero, visitato a giorni e orari rigidamente prestabili dal figlio Simon  che, a sua volte, è padre di un giovane il quale, in un violento e irresistibile assolo, ne denuncia le molte mancanze.

VADER_Peeping_Tom_©_Oleg_Degtiarov

Foto Oleg Degtiarov

Prospettive, umori e punti di vista si sovrappongono e si intrecciano in uno spettacolo che adotta il grottesco quale  immaginifico ma concretissimo grimaldello per svelare la nuda verità dei sentimenti e delle relazioni familiari e interpersonali. Una realtà che sfugge al calore del focolare domestico da quadretto natalizio e che, al contrario, è percorsa da tremori incontrollabili: è il gelo della morte cui è esposto il corpo nudo del padre nella scena finale, che pietrifica e, come accade spesso all’uscita da un lavoro della compagnia fiamminga, instilla nel pubblico un’inquieta e asciutta commozione.

 

MOEDER ( Madre)

regia Gabriela Carrizo
drammaturgia e assistente alla regia Franck Chartier
scene e luci Amber Vandenhoeck
costumi Diane Fourdrignier
musiche Raphaëlle Latini, Eurudike De Beul, Renaud Crols, Glenn Vervliet, Yannick Willox
con Eurudike De Beul, Charlotte Clamens, Marie Gyselbrecht, Hun-Mok Jung, Brandon Lagaert, Yi-Chun Lu, Simon Versnel, Maria Carolina Vieira
produzione Peeping Tom   

 

VADER (Padre)

regia Gabriela Carrizo
drammaturgia e assistente alla regia Franck Chartier
scene Amber Vandenhoeck
luci Giacomo Gorini
costumi Camille De Bonhome
musiche Raphaëlle Latini, Ismaël Colombani, Eurudike De Beul, Renaud Crols, Yannick Willox
con Leo De Beul, Marie Gyselbrecht, Hun-Mok Jung, Brandon Lagaert, Yi-Chun Lu, Simon Versnel, Maria Carolina Vieira
produzione Peeping Tom   

Fonderie Limone, Moncalieri (TO)
3 e 5 ottobre 2019



Categorie:Danza, Novità, Recensioni, Satura, Scena

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