Bulgakov: gatti, streghe e il diabolico Riondino in “Il maestro e Margherita” di Baracco

ELENA SCOLARI | Il tempo. E quindi l’eternità. Bene e male, e quindi il diavolo e gli ingannevoli patti che va proponendo. La letteratura e l’amore. Quindi la passione. Ne Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov c’è tutto questo. E molto altro, certo, ma i centri del romanzo girano intorno a questi concetti.
Il tempo perché il diavolo Woland esiste da sempre, c’era quando Ponzio Pilato era procuratore della Giudea, e ci sarà quando gli umani che ha incontrato saranno ormai polvere. Conosce il futuro e sembra poterlo manipolare, offre spesso scambi (sfavorevoli) più per passare il tempo e prendersi soddisfazioni che non per trionfare globalmente sul corso degli eventi. Per semplificare si dice che rappresenti il male, in lotta costante con il bene, sì, ma è soprattutto la faccia oscura di qualunque individuo, nessuno escluso, tutti ci dobbiamo fare i conti.

Dice Woland a Levi Matteo:

Che cosa sarebbe il tuo bene se non ci fosse il male e come apparirebbe la terra se non ci fossero le ombre? Le ombre nascono dagli oggetti e dalle persone. Ecco l’ombra della mia spada, ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi, non vorrai sbucciare tutto il globo terrestre gettando via tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo per godere della tua fantasia della nuda luce? Sei uno sciocco.

E come dargli torto?

Dicevamo dei perni tematici di quest’opera di Bulgakov, piena e labirintica come un bazar, che ti disorienta come i mille odori e colori di un mercato mediorientale: la Letteratura è il Maestro che scrive uno sfortunato romanzo su Pilato ma è anche il Poeta che finisce in manicomio per aver raccontato i bizzarri accadimenti di una serata molto speciale. La Letteratura sono le parole delle pagine bruciate del manoscritto, che verranno restituite all’esistenza e all’autore proprio dal demonio. Significativo.
L’Amore è quello tra Margherita e il Maestro, consumato nello scantinato dove passano ore brucianti e assolute, ma quell’amore è Passione per la vita, per il mistero, per il sapere, per la Storia. Per il Teatro. Ecco, veniamo al teatro: nel romanzo c’è il teatro di varietà dove Woland si esibirà nel suo mirabolante show di magia nera; nello spettacolo di Andrea Baracco c’è un teatro composito, nel quale tutti gli elementi sono curati: bravi attori, costumi belli (di Marta Crisolini Malatesta, autrice anche delle scene), luci (di Simone De Angelis) scarne e che ben fanno risaltare l’ambientazione cupa fatta di pareti di lavagna nera, un po’ vulcanica, graffitata come casualmente ma in realtà un grande tazebao dove, nel tempo lungo delle tre ore di durata, si notano parole, disegni, massime, numeri, date…


E però c’è anche il teatro di qualcun altro. Già, perché parrebbe incuria critica non notare che un paio delle migliori idee sceniche sono “ispirate” a due splendidi spettacoli del gigante Eimuntas Nekrosius: la corda scossa a terra ai due capi per creare onde e man mano alzata come una marea (Faust), qui per il fiume in cui si butta il poeta; e la scena in cui il tram guidato dalla giovane donna al suo primo impiego investe Berlioz: nell’Anna Karenina di Nekrosius il conte Vronskij apriva il suo cappotto nero, i due fari accesi del treno erano applicati alle falde e Anna si buttava sotto il treno correndo ad abbracciare il suo amore e la sua fine (indimenticabile), e qui un pannello nero con i fari è portato dalla guidatrice che travolge e decapita il professore. Un omaggio?

Il maestro e Margherita di Baracco è però un lavoro con molti pregi originali, primo fra tutti l’ottima compagine degli attori: Michele Riondino è un Woland roco, nero, una maschera bianca dalle labbra scarlatte, disincantato e ironico, pieno di sprezzante sarcasmo verso tutti, forse un poco uniforme nella sua distante osservazione del prossimo, sicuro ma non troppo mellifluo, incerto solo nel passo per via di un bastone; perfetti sono i tre aiutanti di Satana, tra i quali spicca Alessandro Pezzali, il valletto Korov’ev, gotico e ondeggiante; Giordano Agrusta zampetta filosofando nei panni dell’ingombrante gattone Behemot (letteralmente in russo ‘ippopotamo’), e la strega Hella di Carolina Balucani indossa con incedere insolito e irriverente il suo cappotto giallo.

Molti interpretano più ruoli per coprire almeno i personaggi principali, comunque numerosi (nel libro ne compaiono quasi 150), Francesco Bonomo è il Maestro e Pilato, ineccepibile ma un poco opaco, Oskar Winiarski è il Poeta e Gesù, dubbioso, giustamente scosso ed esangue, meno convincente è la Margherita di Federica Rosellini, forse non abbastanza calata nella sofferenza che il dolore dovrebbe provocarle, posseduta da un’energia alta ma un po’ piatta.

Riportiamo le poche righe di riferimento al plot inserite nel foglio di sala per ricordare le coordinate macro del romanzo: «nella Mosca degli anni Trenta, il diavolo, sotto le mentite spoglie di un esperto di magia nera di nome Woland, semina scompiglio insieme a una bizzarra cricca di aiutanti. L’interesse di Woland è rivolto in particolare a un misterioso scrittore, il Maestro, rinchiuso in una clinica psichiatrica dopo i frequenti rifiuti ricevuti dai critici letterari, e alla sua amante, Margherita, innamorati perdutamente quanto incapaci, per le circostanze avverse del loro incontro, di trovare pace e serenità».
Volutamente non mi addentro nelle infinite ramificazioni fantastiche e lisergiche della trama, obbligatoriamente tagliata per la resa teatrale, i differenti livelli narrativi sono presenti nella riscrittura di Letizia Russo; difficile dire, in assenza di recente lettura dell’originale, se tutto possa risultare intelligibile allo spettatore ma indubbiamente si tratta di un adattamento ben montato e retto da una certa consequenzialità drammaturgica.

Foto Guido Mencari

La regia di Baracco è movimentata, e la scenografia piena di porte da cui, un po’ ripetitivamente, escono ed entrano i personaggi, allude, immagino, alle molte scatole del romanzo, alle molteplici vie che l’uomo può percorrere, alle continue e febbrili scelte davanti cui ognuno di noi è messo. Quelle pareti nere danno la sensazione che tutti si trovino, per l’intera durata dello spettacolo, all’interno del satanico appartamento 50; è uno spazio che comanda, che costringe e che rende faticoso immaginare che si passi dalla Giudea a Mosca, da un parco a un ufficio.

Per esempio, la scena del folle e accidentato volo sopra Mosca di Margherita, trasformata in strega invisibile dalla crema magica di Woland, a cavalcioni di uno scopettone (qui un’altalena) risulta meno liberatoria e divertita rispetto alle pagine, leggendo le quali si pensa al volo degli amanti di Marc Chagall (e forse ci aveva pensato anche Bulgakov). La donna distrugge la casa del critico letterario che stroncò il suo Maestro ma sono assai buffi “i sinistri” cui va incontro per la scarsa pratica alla guida di scope.

Les amants, Marc Chagall

Margherita accetta di essere la regina del gran ballo di Satana: «Niente mi fa più paura perché niente mi dà più gioia»; è disposta a fare tutto ciò che Woland vorrà, ha ottenuto la promessa di rivedere l’innamorato perduto. Qui le musiche di Giacomo Mezzani aiutano a vedere il tramestio e la confusione della serata di gala, benché sempre con la lavagna nera intorno.

Nell’epilogo del romanzo si cita una specie di leggenda metropolitana che circolava a Mosca, dopo la partenza di Woland: duemila persone erano uscite nude dal teatro e in quello stato erano tornate a casa in tassì, «intervento del maligno»…
Poche sere fa, dal Teatro Strehler di Milano siamo usciti tutti ben coperti, del resto pioveva, pioggia di un autunno ancora tiepido.
Ma quel gatto nero? Stava salendo sul tram! E giurerei di averlo visto pagare il biglietto con una moneta…

 

IL MAESTRO E MARGHERITA

di Michail Bulgakov
riscrittura Letizia Russo
regia Andrea Baracco
con Michele Riondino nel ruolo di Woland e Francesco Bonomo, Federica Rosellini e, in ordine alfabetico, Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe, Oskar Winiarski
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
musiche originali Giacomo Vezzani
produzione Teatro Stabile dell’Umbria con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa

Teatro Strehler di Milano
15 ottobre 2019



Categorie:Letteratura, Novità, Pensieri oscenici, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

Tag:, , , , , , , ,

1 reply

Trackbacks

  1. Bulgakov: gatti, streghe e il diabolico Riondino in “Il maestro e Margherita” di Baracco — PAC magazine di arte e culture | l'eta' della innocenza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: