Una gabbia dorata di pere. Commedia con schianto di Liv Ferracchiati

DAVIDE NOTARANTONIO | Commedia con schianto – Struttura di un fallimento tragico è sia uno spettacolo autoreferenziale, sia autobiografico, sia nessuno dei due. Ha la struttura di una tragedia antica, ma con più ritmo, e quindi con la sostanza di una commedia. Racconta d’attualità, della tragicomica situazione degli under 35, così bombardati di possibilità e finanziamenti pubblici e allo stesso tempo così appesantiti da un sistema che chiede loro una produzione costante e incessante, inseguiti dall’ineluttabile avanzare del tempo che presto o tardi trasformerà quell’under in over. Ma è una satira che collassa in se stessa, che non denuncia o, meglio, lo fa ma sempre mantenendosi nell’autoreferenzialità del testo, velando i suoi intenti mentre li rende palesi al pubblico. Appunto, una tragedia mascherata da commedia. O forse il contrario?

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Foto di Andrea Macchia

È un vero e proprio caos semantico, quello del nuovo lavoro di Liv Ferracchiati, reduce dalla pioggia di consensi e lodi ricevuti grazie alla sua Trilogia sull’identità (Peter Pan guarda sotto le gonneStabat MaterUn eschimese in Amazzonia, ne hanno parlato per PAC Matteo Brighenti e Roberta Resmini). Tre spettacoli che l’hanno lanciato sulla ribalta della scena contemporanea teatrale e che, paradossalmente, l’hanno ingabbiato nel suo sistema produttivo.
Si può intuire quindi come sia liberatoria l’intenzione di rivelare al pubblico, con sovratesti proiettati su un piccolo display, tutto ciò che c’è da sapere sullo spettacolo prima ancora di iniziare: personaggi, trama, struttura, idea alla base. Persino l’accompagnamento musicale che precede il prologo, Troix Morceaux en forme de Poire di Erik Satie, viene denudato dalla sua forza semiotica, rendendola impossibile da interpretare in altri modi se non da come esplicato dallo spettacolo: la connessione tra il background di questa partitura – composta durante una crisi artistica del suo autore – e la storia di S. (Silvio Impegnoso), autore teatrale under 35, a lavoro su una nuova produzione che lo metterà in un’analoga crisi. Così come è palese il collegamento tra le pere di Satie, chiave simbolica del suo testo, e l’ossessione per le pere di S., per il quale il gusto dolce e granuloso rappresenta un rifugio sicuro dalle proprie responsabilità.

La struttura stessa del testo, suddiviso secondo le partizioni della tragedia antica – prologo, parodo, episodi, stasimi ed esodo, con aggiunta della parabasi, esclusiva della commedia antica –, rappresenta il gioco di Ferracchiati di voler illudere lo spettatore fornendogli uno spettacolo dalla forma all’apparenza “inattaccabile”; proprio come l’idea di Satie di dare la forma di una pera alla sua partitura, che è informe e quindi non criticabile.
L’autore-regista scappa poi dal suo testo, lasciando i suoi personaggi senza nomi ma solo con le loro iniziali: a parte il già citato S. ci sono A. (Alice Torriani), L. (Ludovico Röhl), C. (Caroline Baglioni), E. (Elisa Gabrielli) e M. (Michele Balducci). Questi sono sia gli attori della compagnia di S. per il suo nuovo spettacolo, sia i membri del coro tragico, che durante gli stasimi raccontano il dietro le quinte delle prove  – con addosso i costumi di scena con le etichette ancora attaccate – e anticipano alcuni avvenimenti – come il finale tragico della storia, la morte di S. affogato in una piscina, galleggiando a faccia in giù circondato da pere.
Come l’inizio di Sunset Boulevard, e proprio come un giallo, gli episodi principali cercano di ricostruire gli avvenimenti. Ecco che si delineano le relazioni tra i personaggi e la trama: S. si è invaghito di A. dopo averla conosciuta a un meeting di drammaturgia internazionale; decide di scrivere il testo del suo nuovo spettacolo su questo incontro, ma ingaggia cinque attori mentre i personaggi sono tre; E. rimane tagliata fuori, L. e C. interpretano rispettivamente S. e A., mentre a M. è affidato un personaggio più anziano di lui.

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Foto di Andrea Macchia

Tutto sembra procedere bene, la compagnia è fiduciosa per questo nuovo progetto. Le loro prove si svolgono su una scena spoglia, composta solo da quattro sedie, senza fondale, e con un piccolo frigorifero al centro della scena. Qui S. ripone le sue pere, per poi prenderle e mangiarle qua e là durante tutto lo spettacolo; un altro appiglio di sicurezza, ma destinato a crollare, così come il suo progetto, la sua psiche e lo spettacolo stesso.

S. si accorge che sta rivelando troppo di sé, entra in crisi, in un turbine caotico in cui viene risucchiato anche il suo testo; A., che vede nell’infatuamento dell’autore nei suoi confronti la causa della sua morte, verrà messa in discussione dalla rivelazione di una donna che, ben prima di lei, lo aveva messo in ginocchio; e le stesse pere cambiano gusto per S., non più dolci e succose, ma disgustose. Da prigione dorata quelle pere diventano prigione di sangue, e la luce interna del frigorifero cambia da un bianco candido a un rosso acceso e inquietante.
Si svela il grande gioco di Ferracchiati nel cercare un livello di meta-teatralità che va oltre il banale teatro nel teatro, ma raggiunge una “regia nella regia”: la storia avanza senza creare alcun pathos, senza mai raggiungere un vero climax, esattamente quello che cerca S. nel suo testo – «No al pathos» è il suo motto. Ecco che anche le scene più registicamente elaborate, quelle più oniriche, dove gli attori si trasformano in voce della coscienza del protagonista e mettono in discussione le sue affermazioni – adempiendo anche al loro compito di coro tragico –, seppur eseguite con un ritmo precisissimo scandito da battute, luci, musica ed effetti sonori, si interrompono a metà, senza permettere allo spettatore di raggiungere il giusto coinvolgimento emotivo.
Il momento della parabasi, che dovrebbe essere il momento in cui la voce critica dell’autore per la società del tempo si confronta con quella degli spettatori tramite il coro, perde di mordente, diventa autoreferenziale, non dà al pubblico alcuna occasione per rispondere. E persino il bacio di S. strappato ad A. arriva nel momento più sbagliato dello spettacolo, senza alcuna preparazione, senza alcun motivo reale, e soprattutto senza un seguito.

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Foto Andrea Macchia

Non vi può essere salvezza per S., seppur la cerchi disperatamente appigliandosi a qualsiasi persona o oggetto si trovi sotto mano. Ormai morto, viaggia verso l’Ade, così come il Dioniso delle Rane di Aristofane, alla ricerca della vocazione poetica perduta. Incontra anche le “rane”, interpretate sempre dal coro con addosso maschere bianche e deformi, che attaccano pesantemente la debolezza d’animo del giovane autore. Raggiunge infine il suo maestro, Aristofane stesso, che gli parla, in voice-over e in greco antico, da una “pera-specchio”, simbolo di avidità per il protagonista verso la sua ricerca interiore ed esteriore. È un’avidità che non gli permette di uscire da quella «dannata pera», lasciandolo ottuso e incapace di comprendere il messaggio del suo maestro che, forse, qui pronuncia le parole più importanti di tutto lo spettacolo: «Il poeta si nutre della vita, e la vita in apparenza non ha strutture».

Commedia con schianto comunica con lo spettatore a così tanti livelli di meta-teatralità che è difficile da quantificare o da qualificare. Riesce nel suo intento di fallire, di voler essere uno spettacolo satirico-politico senza in realtà esserlo, di essere una tragedia comportandosi da commedia. Un epiteto ben inserito all’interno della rassegna Anni Luce, nel programma del Romaeuropa Festival; uno sfogo generazionale che, contro una società che ci vuole tutti perfetti, risponde con la totale, caotica e bellissima imperfezione.


COMMEDIA CON SCHIANTO – STRUTTURA DI UN FALLIMENTO TRAGICO

testo e regia Liv Ferracchiati
con Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Silvio Impegnoso, Ludovico Röhl, Alice Torriani
voce Aristofane Giorgio Crisafi
dramaturg Greta Cappelletti
assistente alla regia Anna Zanetti
scene Lucia Menegazzo
costumi Laura Dondi
realizzazione maschere Carlo Dalla Costa
luci Emiliano Austeri
suono Giacomo Agnifili
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con The Baby Walk

Romaeuropa Festival 2019 – rassegna Anni Luce
La Pelanda
15-16 ottobre



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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