La magia di Riserva Canini inaugura l’IF Festival

PIETRO UTILI | In una piovosa serata nel quartiere Isola ci si addentra nel Teatro Verdi, gioiello nato nei primi anni del Novecento come sede di una corale, poi divenuto teatro, sala da ballo, ristorante, sala biliardo e poi nuovamente teatro gestito dalla Cooperativa Teatro del Buratto. Nella penombra della mezza sala, gli stucchi conservano il loro fascino liberty, e il bistrot accoglie un pubblico intirizzito.

Questa serata inaugura la XIII edizione di IF – Festival Internazionale teatro di Immagine, e lo fa con un dittico di spettacoli firmato Riserva Canini, una delle compagnie di teatro di figura più interessanti nel panorama italiano.
La compagnia viene fondata nel 2004 da Marco Ferro e Valeria Sacco i quali, dopo il diploma presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, hanno integrato il loro percorso artistico studiando con grandi maestri del teatro di figura e animazione in Italia e all’estero.
Nel 2014 la compagnia inizia la collaborazione con Campsirago Residenza, sede di produzione dei loro spettacoli e dove propongono percorsi di formazione per professionisti, docenti e ragazzi.
Il teatro di Riserva Canini utilizza le ombre, le marionette, le materie prime, i manichini, gli oggetti, e crea spettacoli sia per l’infanzia che per un pubblico adulto, come nel caso di questa serata.

Il primo spettacolo è Il Mio Compleanno, ultima fatica della compagnia.
Al centro del palco, una lavagna luminosa fronteggia un telo per proiezioni; a sinistra, una strana consolle che ricorda la postazione di un rumorista. Compaiono Marco Ferro e il compositore e sound designer Stefano De Ponti. Cala il buio.
Sul telo vengono proiettati dei disegni tracciati a matita, in bianco e nero, disegni che hanno un richiamo all’infanzia, al cartoon, ma con forti tinte espressioniste perturbanti.
Viviamo la prospettiva del protagonista, siamo nella sua testa e nei suoi occhi e la voce registrata di Ferro ne costituisce i pensieri.
È la storia di un giovane uomo affetto da emicrania con aura, un disturbo che modifica il campo visivo di chi ne soffre, creando uno stato allucinatorio. Il giovane uomo ha un compito: deve tenere un discorso importante, per cui ha molta apprensione. Ma la sua condizione lo porta a fluttuare continuamente da uno stato di realtà a uno di fantasia, fino a sprofondare in un viaggio onirico che con prepotenza lo invade.
La tecnica della lavagna luminosa consente di spostare sotto l’obiettivo i fogli con i disegni, così da creare un effetto cinematografico, con continui cambi di inquadratura, viaggiando da una visione all’altra, da un incubo al risveglio. Talvolta, elementi reali si interpongono sopra i disegni proiettati, come un bicchiere d’acqua in cui viene gettata un’aspirina, la cui effervescenza distorce l’immagine sottostante.
Ed è proprio questo sprofondare nei meandri delle ossessioni che consente di dialogare con l’oscurità profonda, fino a riappacificarsi con il proprio male.
I suoni partono da elementi reali, rumori, bordoni, come il suono di una tormenta perenne e desolante, per poi distorcersi elettronicamente. Marco Ferro si sposta con passo felpato dalla lavagna a una postazione per il gioco delle ombre, integrando così il suo racconto.

È uno spettacolo che gioca con degli elementi visivi che automaticamente riportano all’infanzia (o almeno, così accade in un contesto in cui un certo tipo di teatro è relegato al mondo del “teatro ragazzi”), in cui però si affrontano dolori e percorsi mentali totalmente adulti. Dello sguardo bambino rimane la capacità di lasciarsi trasportare dal viaggio, in balia dei propri incubi o sogni.

 

Talita-sguardiDopo un breve intervallo è il momento di Talita Kum, probabilmente il loro capolavoro. Lo spettacolo nasce nel 2012 ed è stato rappresentato in Europa e in Sudamerica.
In scena, contro il fondale nero, c’è un telo bianco alto e stretto, la cui sagoma ricorda una tunica femminile. Cala il buio e il telo viene retroilluminato.
Nel ventre di quella tunica si scorge una sagoma umana. Il trillo di una sveglia squarcia l’aria e da sotto il telo viene scalciato fuori un marionettista nerovestito e incappucciato che si muove con movimenti scattosi e meccanici. Ha con sé una valigia, da cui estrae la sveglia che l’ha messo al mondo e la spegne; estrae una radio e cerca di sintonizzarla su qualcosa; passa da un canale all’altro e ogni canale parla una lingua diversa. Si sintonizza su una stazione da cui si sente, gracchiante, Bruno Ganz che recita la poesia L’Elogio dell’Infanzia di Peter Handke, quella de Il Cielo Sopra Berlino.
Il marionettista si guarda alle spalle e vede che, dietro il telo/tunica, dove prima era proiettata la sua ombra, adesso c’è la sagoma di una donna dormiente, che lo attrae. Va dietro il telo e la sua ombra si china su quella dell’ombra addormentata. Come in una sequenza cinematografica, parte una musica e altre ombre nascondono ciò che accade dietro il telo/tunica.
Il marionettista rientra in scena; trascina una marionetta con le sembianze di donna, vestita di rosso. La tiene contro il suo ventre e lei è accasciata su se stessa, la testa che pende sul pavimento. Il marionettista la porta in giro per la scena, cerca di muoverle le gambe, le scuote un braccio. La vuole animare. Esausto, il marionettista cade all’indietro e la marionetta con lui. Si scorge il volto di lei… e respira, batte le palpebre. Non è una marionetta, è una donna vera.

Continuare a descrivere questo spettacolo equivarrebbe a fare una serie di spoiler imperdonabili. Quello che accade dopo è una vera e propria magia teatrale che lascia lo spettatore a bocca spalancata, incapace di credere ai suoi occhi. Al termine di Talita Kum ci si sente come alla fine di un viaggio in cui tutto quello che credevamo fosse reale si è capovolto nel suo opposto.
Questo spettacolo è una magia struggente, una danza dell’assurdo la cui dinamica è tanto semplice quanto è complessa la sua realizzazione, in cui ognuno può proiettare una serie infinita di storie, che possono parlare di dolcezza, sopraffazione, amore, ossessione, morte e rinascita.

La poetica di Riserva Canini nasce da una relazione pratica con la materia, una materia che viene rispettata e ascoltata, e che è la prima a influenzare il senso dell’arte che si porta in scena. Perché con la materia non si può discutere. Bisogna accoglierne le proprietà per animarla, e Riserva Canini lo fa con la maestria e la modestia proprie dei grandi artisti.

 


IL MIO COMPLEANNO
Riserva Canini

immaginato e creato da Marco Ferro con la complicità di Valeria Sacco
invenzione, composizione, disegno e drammaturgia del suono Stefano De Ponti
collaborazione tecnica e realizzazione scenotecnica Matteo Lainati
con Marco Ferro e Stefano De Ponti
una produzione Riserva Canini e Campsirago Residenza col sostegno di Festival Teatro tra le Generazioni, Festival Impertinente, AstiTeatro e Spazio Kor, Straligut, Phoebe Zeitgeist e Scorta Marosi.


TALITA KUM
Riserva Canini

immaginato e creato da Marco Ferro e Valeria Sacco
disegno luci Andrea Narese
disegno del suono Stefano De Ponti
musiche originali Luca Mauceri, Stefano De Ponti, Eleonora Pellegrini
consulenza tecnica Sergio Bernasani
con Valeria Sacco
regia Marco Ferro
una produzione Riserva Canini con il sostegno di Campsirago Residenza, Festival Immagini dall’Interno di Pinerolo, Rete Teatrale Aretina, Teatro Gioco Vita e Théatre Gérard Philipe de Frouard – Scène conventionnée pour les arts de la marionnette et les formes animées (Nancy – France)



Categorie:In evidenza, Novità, Performing Arts, Satura, Teatro

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