Cronaca di un’insolita domenica teatrale torinese con Nuove Cosmogonie Teatro e Cuocolo/Bosetti

LAURA BEVIONE | Una tipica domenica autunnale umida e piovosa: il desiderio è quello di partire, viaggiare verso orizzonti meno bigi. Così, vagheggiando fughe verso Sud, la vostra cronista teatrale cammina lungo solitarie strade della periferia nord di Torino. La sua destinazione è la Sala Scicluna, spazio aperto lo scorso anno da Katia Capato e intitolato alla memoria dell’attore, drammaturgo e regista maltese Joseph Sciucluna.

Una sorta di garage/officina nel cortile di un palazzo di via Renato Martorelli, con le pareti candide e un aspetto raffinato e accogliente, in cui la compagnia di Katia, Nuove Cosmogonie Teatro, ha deciso di ospitare un variegato programma – che si avvale del patrocinio della Circoscrizione 6 – di performance teatrali, laboratori, eventi.

Una stagione eterogenea e vitale che si è aperta con Romania Project/Greci, uno spettacolo – non l’esito di un laboratorio né un’azione “soltanto” socio-politica – che racconta l’incontro fra alcuni artisti italiani – ma c’è anche un attore cileno, Vicente Cabrera – e la comunità dei romeni di Greci abitanti nel quartiere Barriera di Milano, dove si trova appunto la Sala Scicluna.

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Foto Francesca Bono

Greci è un paese di montagna la cui economia si fonda(va) sulle cave di granito; risorsa che, nel passato, spinse prima una comunità ellenica – da cui il nome del villaggio – e, in epoche più vicine, un gruppo di friulani, a trasferirsi proprio in quel luogo apparentemente isolato. Nazionalità differenti dunque che, pur mantenendo vive le proprie peculiarità, feste e abitudini, riuscirono felicemente a mescolarsi, così da dare vita a una comunità cittadina compatta e coesa. Qualità conservate da quei gruppi di greceni che, a causa della crisi economica – ma pure per potere realizzare i propri desideri, come confessa Laura – hanno scelto di trasferirsi in Italia, a Torino, dove molti di loro lavorano come muratori/decoratori.

Mentre su uno schermo sul fondo della sala sono proiettate immagini che mostrano scorci di Greci ovvero ricordi familiari in nostalgico bianco e nero, i greceni/torinesi raccontano episodi tratti dalla propria vita e da quella del proprio paese d’origine, ma pure leggende metropolitane locali – le oche ubriache dopo aver bevuto il liquore alle ciliegie.
L’autobiografismo convive con una sorta di biografia collettiva orale di Greci ma anche con i canti tradizionali, reinventati e reinterpretati da Katia Capato, dal coro e dai musicisti italiani, con le semplici coreografie e la voce fuori campo che cuce – con antinaturalistica anaffettività – i differenti sipari.
Il personale e il tradizionale – le musiche così come i riti della Pasqua oppure quelli legati al matrimonio – vengono “sgrezzati”, ricondotti al loro nucleo, universale e puro. Una traduzione di materiale schietto nel linguaggio dell’arte, che non tradisce bensì scontorna e amplifica aspirazioni e sentimenti comuni all’umanità intera.

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Foto Mariella Voglio

Uno spettacolo che riesce così a parlare a spettatori di ogni nazionalità – quelli in sala domenica pomeriggio spontaneamente partecipano e interagiscono con i performer –  testimoniando pure di come il paese di nascita non sia che un dettaglio: vedere danzare insieme un romeno e un cileno in una sala teatrale della periferia di una città del profondo Nord Italia è il miglior manifesto dell’interculturalità. E, soprattutto, prova della necessaria sopravvivenza del teatro, luogo privilegiato in cui l’umanità, attraverso il linguaggio dell’arte, riflette se stessa e si rigenera.

E di autobiografia che si fa arte, di viaggi e trasferimenti, e di teatro, parla anche il secondo spettacolo con cui la vostra cronista teatrale ha affrontato lo spleen della scorsa domenica. Da Barriera Milano si è trasferita alla fermata Racconigi della metro di Torino. Accompagnata da Renato Cuocolo e da altri venti spettatori/compagni di viaggio, ha raggiunto Roberta Bosetti, pronta ad accompagnare questa estemporanea comunità di viaggiatori nei sotterranei della città.

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Foto Luca Del Pia

Underground – delle cui versioni napoletana e milanese hanno raccontato rispettivamente Ilena Ambrosio e Valentina Sorte – è un itinerario dai ritmi variabili, fra accelerazioni e rallentamenti, nei meandri del nostro “io” sotterraneo, di cui le gallerie della modernissima metropolitana torinese – automatica, ossia senza conducente – sono inquieto correlativo oggettivo.

La voce di Roberta risuona nelle cuffie dei viaggiatori, confusi con gli altri passeggeri, fra sguardi curiosi e imbarazzi: la non-domesticità irrompe nella domesticità del vagone della metro; l’arte irrompe nella vita e con essa si confonde, donandole un’evidenza e uno spessore insospettati.

Così, mentre scendiamo alla fermata Marconi o vaghiamo per i corridoi di Porta Nuova – improvvisamente un luogo estraneo – ripensiamo alle nostre paure e alle nostre esitazioni ma pure alle nostre folli fughe in avanti; scatti e rallentamenti; lunghe soste e corse a perdifiato.

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Foto Luca Del Pia

Come gli abitanti di Greci, Roberta – e noi con lei – si interroga sulla propria esistenza, sul significato del cambiamento e del partire, declinando le proprie riflessioni nel gergo del teatro, che è pensiero fattosi materia viva.

E, alla fine di questo intenso pomeriggio teatrale, la vostra cronista teatrale torna a casa ripetendosi le parole di Thomas Bernhard citate dalla stessa Roberta – a un certo punto estrae dal suo zainetto un piccolo volume blu, Camminare, dell’autore austriaco.  «Nient’altro che andare via. Per tutti questi anni ho pensato, cambiare qualcosa e cioè cambiare tutto e andare via dalla Klosterneuburgerstrasse, ma non è cambiato nulla. […] Se non si va via per tempo, diceva Karrer, di colpo è troppo tardi e non si può più andar via. Di colpo è chiaro, si può fare ciò che si vuole, ma non si può più andare via. Allora, con questo problema di non poter più andare via, di non poter cambiare più nulla, uno fa i conti per tutta la vita».

 

ROMANIA PROJECT/GRECI Cu Rădăcini de Granit

ideazione e regia Katia Capato
interpreti Katia Capato, Vicente Cabrera, cittadini Greceni protagonisti del progetto Looking for Common Roots
produzione Nuove Cosmogonie Teatro

 UNDERGROUND

di e con Renato Cuocolo e Roberta Bosetti
produzione Teatro di Dioniso, Iraa Theatre

Sala Scicluna e Stazione Metro Racconigi, Torino
20 ottobre 2019

 

 

 

 

 

 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena

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