L’amore ferino e ferale di Madre Courage di Coletta

MARIA FRANCESCA GERMANO | Siamo nel teatro della Guerra dei Trent’anni tra cattolici e protestanti (1618-1648); nella disperata volontà di sopravvivere al conflitto e di trarne vantaggio la vivandiera Anna Fierling, con il suo carro cigolante sotto il peso delle mercanzie, bazzica gli accampamenti dei soldati per vendere loro, con abilità da imbonitrice, ogni sorta di derrata e cianfrusaglia; è detta Madre Coraggio per aver finanche sfidato le cannonate pur di  portare a termine uno dei suoi traffici: pagnotte ammuffite. Viaggia con i suoi figli, ognuno avuto con un padre diverso, uomini di cui  sembra non ricordare nemmeno i nomi. Il figlio maggiore, forte e intelligente si chiama Eilif, il minore, bonaccione e forse un po’ stupido è Schweizerkas; Kattrin è la figlia muta e apparentemente fragile.

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Madre Courage e i suoi figli di Paolo Coletta ha aperto la stagione del Teatro Pubblico Pugliese all’Abeliano di Bari; opera che Bertolt Brecht  –  ispirandosi  alla Biografia mirabile dell’arcitruffatrice e rivoluzionaria Courasche di Von Grimmelshausen  –  scrisse nel 1938, subito dopo l’invasione della Polonia da parte di Hitler.

Mentre Courage (Maria Paiato) porta avanti senza scrupoli i suoi affari, la guerra infierisce sui suoi figli; figli per i quali prova amore materno e ferino. Istinto materno sfibrato e surclassato, però, da quello di sopravvivenza. Eilif (Andrea Paolotti) verrà fucilato per aver ucciso una contadina, il minore (Mario Autore) morirà torturato dai nemici pur di non rivelare dove ha nascosto il tesoro del suo reggimento; Kattrin (la bravissima Ludovica D’Auria), rimasta muta dopo un episodio di violenza subìto da un soldato, patirà la stessa sorte dei fratelli: ammazzata mentre a colpi di tamburo cerca di avvertire gli abitanti del villaggio dell’attacco di soldati nemici.

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La cupa ambiguità della maternità di Courage, corrotta inesorabilmente dalla rapacità della guerra, irretita nei suoi mortiferi compromessi, si rivelerà implacabilmente davanti ai corpi senza vita dei suoi figli: quando i soldati le porteranno il corpo di Schweizerkas la cui vita aveva cercato fino alla fine di comprare, contrattandone miseramente il prezzo, la donna farà finta di non conoscerlo rinnegandone la maternità e  ingoiando dolore. Quando trova Kattrin morta ammazzata  le canterà la ninna nanna ma la lascerà lì senza sepoltura, nella fretta di fuggire e ricominciare, in ossessione,  il suo bieco giro d’affari, nella tragica necessità di vivere in un mondo malfatto che,  senza colpa, ha avuto in sorte.

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Incastonati negli eventi,  personaggi come la prostituta Yvette Pottier (Anna Rita Vitolo), il cappellano (Mauro Marino), il cuoco dell’esercito (un centratissimo Giovanni Ludeno),  il reclutatore (Tito Vittori), il maresciallo (Francesco Del Gaudio) e l’alfiere (Roberto Pappalardo) completano la trama di una messa in scena che a tratti diventa una commedia in musica. Paolo Coletta, infatti, recuperando i celebri songs di Brecht e la musica di Paul Dessau,  sviluppa uno spettacolo in cui dal vivo i personaggi suonano e cantano impetuosi e struggenti ballate e brani dal suono classico ma anche contemporaneo.

Si dice che dopo la prima esecuzione di Madre Courage, che ebbe luogo a Zurigo durante la guerra hitleriana, la stampa borghese parlò di “tragedia di Niobe” e di una “impressionante forza vitale dell’animale materno”. Niobe, figlia di Tantalo e moglie di Anfione, pietrificata dal dolore per l’uccisione dei suoi figli per mano degli Dèi, è il simbolo dell’amore materno inconsolabile. Si dice anche che fu per questo motivo che Brecht, fedele alla sua idea di teatro contro ogni forma di immedesimazione dello spettatore nel personaggio, apportò decisi cambiamenti nella successiva messa in scena di Berlino, affinché Madre Courage non diventasse Niobe. Affinché lo spettatore potesse codificare la realtà e forgiare il proprio pensiero politico senza la patina dei sentimenti.

E, nell’allestimento di Paolo Coletta, capiamo subito che Madre Coraggio non è Niobe.

Già nei primi versi, declamati con voce impostata, fredda, perfetta, distante, ruvida, Maria Paiato ci mostra abilmente la divisione brechtiana dei segni prodotti e la distanza tra la storia e il sentito del suo corpo attore. Dissimula l’abisso dell’orrore sottraendoci a ogni forma di empatia. Voce, respiro, articolazione, ritmo, mimica corporea: nulla, tranne in brevi momenti, funziona come indice di sentimenti. Tanto da restarne quasi disturbati. Nello spazio scenico vuoto, i movimenti allungati delle braccia, i passi mascolini sotto la lunga gonna, il mento sovente all’insù ci allontanano dal raccoglimento ‘fetale’ che il dolore richiede. Nel vuoto atemporale di uno spazio scenico occupato soltanto da una cassapanca nera, contenitore di oggetti e all’occorrenza, appoggio su cui sedersi, assistiamo all’orrore della morte dei suoi figli senza esserne profondamente toccati.

Le canzoni, che interrompono e commentano le azioni, come inserti meccanici tipici del teatro epico brechtiano, puntellano la trama regalandoci altissime interpretazioni. La voce carnale e musicale di Anna Rita Vitolo – felliniana e tormentata Yvette Pottier – nel Canto della Fraternizzazione diventa una brezza sonora e stordente nel silenzio del teatro. Bravo anche il cappellano, Mauro Marino, nella Canzone delle ore.

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A fare da contraltare all’effetto straniamento degli espedienti drammaturgici epici, l’angosciante scenografia di Paolo Ferrigno rompe con gli imperativi della tradizione brechtiana di neutralizzazione del fondo e luce uniforme, funzionali a sottrarre ogni genere di espressività artificiale, e ci proietta nella dimensione evocativa e plastica di una scena psichica post apocalittica. Il paesaggio esangue, grigio, di quel che resta dopo l’ultima guerra. Un fondo nero, una specie di camera oscura con specchi obliqui e deformanti a opprimere  la scena, che dicono l’angoscia e la profondità, la presenza della morte inevitabile, il luogo in cui esistono gli oggetti e gli esseri del passato e anche quelli del futuro. Un buco nero da deflagrazione, campeggia al centro. Spettrale. Forse uno squarcio lavico nella terra ferita a collegare guerre passate, presenti e future.

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

Da Poesie e Canzoni di Bertolt Brecht

MADRE COURAGE E I SUOI FIGLI
di Bertolt Brecht

traduzione Roberto Menin
drammaturgia musicale e regia Paolo Coletta
interpreti Maria Paiato, Ludovica D’Auria, Andrea Paolotti, Mario Autore, Mauro Marino, Giovanni Ludeno, Anna Rita Vitolo, Tito Vittori, Francesco Del Gaudio, Roberto Pappalardo
musica Paul Dessau
scene Luigi Ferrigno
costumi Teresa Acone
light designer Michelangelo Vitullo
sound designer Massimiliano Tettoni
luci Michele Lavagna
fonica Riccardo Cipriani
foto di scena Fabio Ruggiero
produzione Società per Attori e Teatro Metastasio di Prato

Teatro Abeliano, Bari
14 novembre 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Teatro

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