I volenterosi torturatori di Ceasescu: sul nuovo spettacolo di Acti-Teatri Indipendenti

LAURA BEVIONE | Il testo di un giovane – è nato nel 1981 – autore della Transilvania, di passaporto romeno ma di lingua ungherese, ha aperto la stagione 2019-20 di Fertili Terreni Teatro, cartellone che unisce la progettualità di quattro compagnie – ACTI-Teatri Indipendenti, Cubo Teatro, Tedacà e Il Mulino di Amleto – e si articola in tre differenti spazi di Torino – San Pietro in Vincoli, Cubo e Bellarte.

Beppe Rosso, direttore artistico di ACTI, regista e attore, ha scelto per il debutto della stagione Non mi pento di niente, acido e pungente dramma scritto da Csaba Székely, autore fino a ora sconosciuto in Italia, benché vincitore di premi in Gran Bretagna – con Vi piacciono le banane, compagni? – oltre che in patria e in Ungheria.

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Il testo si svolge tutto all’interno di un modesto monolocale, che Lucio Diana caratterizza con rosari di bicchierini di vetro per l’immancabile cognac, un tavolo e qualche sedia, una pala di legno su cui campeggia il muso sorridente di un bulldog francese. Qui abita Dominic – il  misurato Beppe Rosso – un anziano signore in pensione, tranquillamente annoiato e nullafacente.
Certo, le notizie che riportano di arresti di ex agenti della temuta Securitate – la terribile polizia segreta incaricata di garantire l’ordine del regime di Ceasescu – sembrano turbarlo, ma forse si tratta soltanto di una falsa impressione… Finché la visita del più giovane Alex – Lorenzo Bartoli, adeguatamente viscido e ipocrita, capace di scivolare dalla complicità all’arroganza – ci fa capire chi sia davvero Dominic.

«Un mostro con dei principi»: così lo definisce Alex, che obbliga il protagonista a disseppellire il proprio passato, quello di esperto e spietato torturatore, diligente e volenteroso collaboratore della dittatura, convinto di essere impegnato in una missione superiore, per realizzare la quale è giustificato pure il sacrificio di vite umane, qualora queste appartengano alla categoria dei “dissidenti”.

IMG_2392Dominic, però, è un cinico carnefice che non abdica a certi principi per lui irrinunciabili: ecco allora il fastidio per quanto capita al piano di sopra, le quotidiane botte che l’inquilino infligge alla moglie e alla figlia Liza, un’adolescente candida e ingenua, forse un po’ ritardata; Annamaria Troisi, abile a scansare il rischio della “macchietta” bensì correttamente infantile e, allo stesso tempo, moderatamente adulta.

Dominic – che ha una figlia naturale con la quale ha rotto ogni relazione –  e Liza – che soffre anche di una grave patologia cardiaca di cui il primo è in certa misura responsabile – diventano una sorta di famiglia artificiale, in cui ognuno ha finalmente la possibilità di interpretare appieno il proprio ruolo, ovvero, rispettivamente, quello di padre e quello di figlia. Due solitudini che si incontrano e si riconoscono, stringendosi in un legame più saldo di quello del sangue – e, non a caso, Liza è la vittima di una sorta di nemesi per interposta persona: le colpe di Dominic  ricadono su di lei e non sulla figlia naturale.

Nel testo di Székely, però, il personale è inevitabilmente anche politico: il protagonista testimonia dell’incapacità – o della mancata volontà – di fare i conti con il proprio passato da parte di un paese, la Romania, nella quale pare che tutto sia cambiato per non cambiare in realtà proprio nulla.

Paradigmatico il destino di coloro che collaborarono con il regime comunista: alcuni ricevono pensioni d’oro oppure, se ancora relativamente giovani, si sono riciclati nei nuovi servizi, come Alex; altri, come Dominic, si accontentano di una modesta rendita, godendo di un anonimato che li sottrae a eventuali arresti e vendette sommarie, di cui sono vittime di solito gli “agenti” più anziani, tramutati in vere e proprie vittime sacrificali sull’altare della presunta giustizia storica.

IMG_2434Ecco, allora, che la coscienza di Dominic, la sua granitica convinzione della bontà degli ideali per i quali non esitava a torturare donne incinte o ragazzini, inizia a vacillare soltanto nel momento in cui Alex implicitamente svela come quel vecchio regime sia stato capace di reinventarsi, cambiando semplicemente abito.

Il protagonista è stato – ed è tuttora, come testimonia il raggelante finale – capace di compiere il male ma, a differenza dell’indifferente Alex, non per sadico e inumano piacere né, tanto meno, per obbedire ciecamente a un ordine – la banalità del male – bensì perché testardamente certo della bontà degli ideali che il regime propagandava. E, altrettanto ostinatamente, Dominic è determinato a salvare la vita di Liza, anche se per realizzare tale scopo sarà costretto a macchiarsi di nuovo di sangue…

Székely sviluppa abilmente un’articolata e complessa riflessione filosofica sul bene e sul male, su come per raggiungere il primo sia a volte necessario ricorrere al secondo; così come sull’apparente schizofrenia dell’animo umano, commosso davanti agli occhi grandi di un cane eppure gelidamente pronto a seviziare.

Quello del drammaturgo romeno è un testo serrato e implacabile, punteggiato da dubbi e osservazioni sconcertate – il persistere della violenza in famiglia, l’abuso di alcool – e pregno di domande per le quali, forse, non esiste risposta. Ma è pure un copione ironico e scorrevole, forte di una precisa e non stereotipata caratterizzazione dei personaggi che, proprio grazie alla loro frastagliata personalità, amplificano la terribile dicotomia che abita l’animo di Dominic, mostro eppure amorevolissimo padre “per procura”…

Qualità drammaturgiche che lo spettacolo di Beppe Rosso riconosce e sottolinea, ricorrendo a una regia rispettosa e correttamente attenta al dettaglio più che alla ricerca di invenzioni eclatanti, e optando per un’interpretazione misurata e concentrata. Gli attori assumono carattere, mosse e atteggiamenti dei tre personaggi, scegliendo di capirli anziché giudicarli, e interrogandosi, insieme a Székely, su cosa significhi essere “patriota” e su quali siano i limiti etici che la difesa di un ideale non dovrebbe autorizzare a oltrepassare…

 

NON MI PENTO DI NIENTE

di Csaba Székely
traduzione Roberto Merlo
regia Beppe Rosso
scene e light design Lucio Diana
costumi Fabiana Tomasi
interpreti Lorenzo Bartoli, Beppe Rosso, Annamaria Troisi
produzione ACTI teatri Indipendenti

San Pietro in Vincoli, Torino
7 novembre 2019

 

 



Categorie:Novità, Partnership, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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