Essere, non essere o vestirsi da Italiani? I dubbi di Nori e Borghesi sul concetto di patria

RENZO FRANCABANDERA | Cristiano Minellono, nome d’arte di Cristiano Minellono dei S. Martino d’Arundello, detto anche Popy, è un attore e paroliere italiano nato ad Arona nel 1946. A lui si devono alcuni dei principali tormentoni della mia infanzia e di quella di molti altri milioni di italiani (e non solo).
Frutto del suo sodalizio artistico col compositore Dario Farina sono, ad esempio, imprese poetico musicali del calibro di Mamma Maria, Voulez vous danser e Se m’innamoro (quest’ultima prima classificata al Festival di Sanremo 1985, affidata come tutte le precedenti al trio genovese dei Ricchi e Poveri). Ma a lui dobbiamo anche Felicità e Ci sarà (primo posto al Festival di Sanremo 1984) interpretate da Al Bano e Romina. Si stima che le canzoni a cui ha contribuito con i suoi testi siano state vendute in oltre 150 milioni di copie in tutto il mondo posizionandosi, in cinquantasei casi, ai primi posti delle hit parade.
Si potrebbe quasi osare l’azzardo che Popy Minellono sia il sembiante profondo dell’italianità pop, ancorché misconosciuto ai più.
Ma cosa c’entra costui con lo scrittore, traduttore e blogger Paolo Nori, cultore della parola parmigiana (nel senso: “della città di Parma”, dove infatti è nato nel 1963)? Nori scrive con piglio anarcoide per alcuni quotidiani nazionali, tra cui Il manifesto (ma ora non più), Libero, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano e ha un blog su Il Post. Uno che fa un po’ come gli pare. Un sovversivo.

E cosa c’entra con Nicola Borghesi, attore e pensatore della forma teatrale, comunista per sua ammissione durante lo spettacolo, fra le figure emergenti della scena bolognese, unito in sodalizio artistico con Enrico Baraldi e Paola Aiello (insieme in Kepler-452, collettivo recentemente divenuto noto su scala nazionale per via di una riuscita rilettura de Il giardino dei ciliegi)?
Con Kepler, oltre a fare spettacoli, favorisce ogni anno a Bologna (insieme al Collettivo 20 30) il replicarsi dal 2014 del Festival 20 30, che ha coinvolto, attraverso spettacoli e laboratori, centinaia di giovani bolognesi, nell’ambito della stagione dell’Oratorio di San Filippo Neri curata dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e Mismaonda. Un sovversivo.

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Come due sovversivi abbiano idea di voler parlare di patria in uno spettacolo teatrale, dio solo lo sa.
E per approfondire, infatti, scegliamo l’Oratorio di San Filippo Neri, in apertura dell’edizione di quest’anno del Festival 20 30.
La chiesa è sconsacrata quindi dio parrebbe non aiutare,  ma i due comunque aspettano che il pubblico affolli il bellissimo edificio settecentesco sotto la pala d’altare di Francesco Monti, con La Vergine e i Santi dell’ordine filippino, S.Filippo e S.Barbara (1732).
Minellono invece c’entra, perché mentre il pubblico entra, suggestionato e incuriosito dal wertmulleriano titolo in cartellone, a volume basso ma in modo percepibile viene diffuso un altro dei suoi tormentoni, forse il più conosciuto a livello planetario: L’Italiano,  una sua canzone affidata nel 1983 all’interpretazione di Toto Cutugno e presentata nella 33ª edizione del Festival di Sanremo (vinta da Tiziana Rivale con Sarà quel che sarà), dove giunse quinta. Trionfò tuttavia nella speciale classifica Totip “Cantanti & vincenti”. Per dire. E così fu. Trentasei anni dopo L’Italiano ancora tormenta.

74293508_2545371852206913_1973655717256626176_o.jpgI due chiedono al pubblico di applaudirli subito, ad inizio spettacolo invocando il bis perché, dicono, siccome lo spettacolo poi finisce un po’ triste, dopo magari non viene più così naturale farlo. Ed effettivamente il pubblico, subito preso dall’atmosfera complice, concede.
E d’altronde sembra di stare al bar con loro. Dove parlare seriamente di patria, in effetti, se non al bar?
Fra spezzoni di biografia, propria e altrui, questioni di lingua, questioni di cultura, derive ideologiche e luoghi comuni, Nori e Borghesi si alternano al leggio, posto a centro scena, lasciando di volta in volta il tavolino della chiacchiera confidenziale, per regalare parole proprie, o di altri, di stimolo al ragionamento sul concetto di patria. La cosa parte leggera, sulla nota divertente, per andare via via in un crescendo di pathos e addensamento, non ideologico ma ideale, senza che la narrazione, pur frammentata, perda mai aderenza al reale, al tempo presente, ma senza derive cronachistiche.
Arriva anche l’ormai (purtroppo) immancabile “momento del pubblico”. Borghesi che ha scrutato gli avventori, ne invita quattro da lui scelti sul palco, per eleggere il più italiano fra loro, in base al criterio di presunta eleganza e stile, in una comica micro sfilata di moda.

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Giorgio Manganelli

Sfilano, invece, non in presenza, ma evocati per il loro pensiero, anche scrittori, come Giorgio Manganelli, o Albert Camus, che accompagnano il filo del ragionamento di Nori, che gioca attorno alla parola della sua terra di origine, al senso della parola, al verbo Essere. Essere italiano.
Borghesi sviluppa invece una narrazione più esperienziale e situazionista, fatta di dinamiche di vita liquide, riportate in modo ispirato, grazie ad uno stile letterario autobiografico felice e caustico, che gli appartiene. Questo combustibile, ad un certo punto dello spettacolo, viene tirato fuori dall’attore (invero in modo ancora un po’ artefatto in questa seconda replica assoluta e proprio per questo leggibilmente sopra le righe) per marcare, su alcuni punti, un distacco ideologico rispetto al suo compagno di conversazioni. Nel finale, dopo risate divertite e chiacchiere che girano intorno al tema dell’italianità media, Borghesi dice più o meno: “Sì, ma qui ci manca qualcosa”; quel che manca è il ragionamento sul lato oscuro, sulla pancia, sulla parte meno sofisticata e ideale, sulle paure, le idee pericolose, le derive del pensiero.

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Giordano Cavestro

Questo filo sottende l’ultima parte del dialogo, forse drammaturgicamente meno affinata nelle connessioni di senso, ma sicuramente più drammatica per il tono delle questioni, che legano le idee che spinsero giovanissimi come Giordano Cavestro al martirio per la resistenza nel 1944 a 19 anni, ad una visita all’ufficio periferico della questura di Bologna nel 2019, dove gli immigrati attendono il lascia passare per la cittadinanza italiana. Passaggi che stridono nel contrasto tra il sentimento che portò al sacrificio della vita in nome degli ideali, e la condizione di abbrutimento umano in cui ancora Lo Stato, quell’entità burocratica che della patria dovrebbe essere manifestazione tangibile, arriva non di rado a mostrare se stesso.
Il piccolo potere di una divisa, il razzismo, l’ignoranza. Nel volume Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana si trovano due brevi missive di Giordano “Mirko” Cavestro ai compagni e ai parenti, scritte poche ore prima dell’esecuzione per fucilazione voluta dal tribunale militare della Repubblica Sociale. La prima viene letta durante lo spettacolo: «Cari compagni, ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. La mia giovinezza è spezzata, ma sono sicuro che servirà da esempio. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà».

Non viene letta la seconda, più breve e struggente, per la determinazione del pensiero e la consapevolezza di sé, e del senso della propria vita, quella scritta per la famiglia, ma che qui vogliamo riportare. «Cara mamma e cari tutti, purtroppo il Destino ha scelto me ed altri disgraziati per sfogare la rabbia fascista. Non preoccupatevi tanto e rassegnatevi al più presto alla mia perdita. Io sono calmo. Vostro Giordano».
Colpisce molto l’evocazione al concetto di calma, in questa lettera. È una parola che stupisce, riesce ad infondere matura serenità in chi legge.
Chissà se sarebbe calmo Cavestro nel vedere 80 anni dopo tanti allarmanti segnali di risveglio degli istinti brutali della pancia della società. E d’altronde 80 anni senza guerre, eccezion fatta per l’eccidio fratricida nei Balcani, sono un tempo che mai l’Europa aveva conosciuto dal tempo dell’impero romano in avanti, quindi gli ultimi duemila anni. Pare già un miracolo, a cospetto del quale, fra imperi, anarchie, papati, feudi, rivoluzioni, città stato, città marinare, repubbliche, monarchie, dittature, democrazie, i concetti di patria, popolo, nazione si sono così spesso trasformati da renderne impossibile una definizione valida ieri, o il giorno della replica di uno spettacolo a tema, e oggi che ne stiamo raccontando; è la stessa fluidità di cui beneficia e necessariamente per altro verso soffre (diremmo aprioristicamente) un tipo di creazione come questa, che decide di affrontare, in questo tempo (ma sarà davvero poi così interessante come alcuni dicono?), un tema così scivoloso e di per se stesso non esauribile come quello di patria, se non nella dimensione della conversazione, pur appassionata e appassionante, da caffè-letterario. Che resta e suggestiona, comunque.

PS: Riguardo ai vostri figli. Non pensate che averli generati dopo gli anni Ottanta li possa far sfuggire al patrio destino. Nel 2004 Cristiano Minellono ha vinto anche lo Zecchino d’Oro con Il gatto puzzolone, diventato poi uno dei brani più famosi della manifestazione.
Restiamo calmi.

 

SE MI DICONO DI VESTIRMI DA ITALIANO NON SO COME VESTIRMI

uno spettacolo di e con Paolo Nori e Nicola Borghesi
luci e audio Alessandro Amato
un incontro suggerito da Elena Di Gioia
produzione Liberty
in collaborazione con Stagione Agorà e Unione Reno Galliera
FESTIVAL 20 30
spettacoli, laboratori e altre amenità

INEVITABILE edizione 2019
17 novembre – 1 dicembre 2019
Oratorio San Filippo Neri, via Manzoni 5, Bologna
e Arena del Sole, Sala Thierry Salmon, via dell’Indipendenza 44, Bologna
a cura di: Kepler-452
Direzione artistica: Enrico Baraldi e Avanguardie 20 30
Con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, ERT – Emilia Romagna
Teatro Fondazione, Regione Emilia Romagna e Comune di Bologna
In collaborazione con Mismaonda
In networking con Risonanze

 



Categorie:Cultura e società, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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