Zoo di vetro: la trappola familiare secondo Leonardo Lidi

LAURA BEVIONE | Una casa di bambole rosa acceso, con qualche sedia, un tavolo e un telefono a muro dello stesso colore, circondata da un mare di schegge di polistirolo azzurro. L’infernale interno domestico ritratto da Tennessee Williams nel più autobiografico dei suoi drammi diventa una scatola dichiaratamente antinaturalistica, una visione frutto dell’immaginazione che, proprio perché finta, si rivela indiscutibilmente vera.

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Foto Masiar Pasquali

La messinscena di Zoo di vetro ideata dal trentunenne Leonardo Lidi fa del primo successo teatrale del drammaturgo statunitense una sorta di incubo a tinte pastello, abitato da creature che più non appartengono al consorzio degli umani: Tommaso (Tindaro Granata) è un Pierrot afflitto e testardo più che tradizionalmente malinconico; Amanda (Mariangela Granelli) è una Minnie/donna cannone, le cui forme generose simulano una gravidanza perpetua mentre il viso è storpiato da enormi labbra rosse; mentre Laura (Anahì Traversi) è un mimo/marionetta triste e disarticolato.

I tre compongono un nucleo familiare, i Wingfield, che oggi verrebbe definito “disfunzionale”; ma a Lidi non interessa tanto la psicologia, quanto la sottolineatura grottescamente visionaria di un morbo geneticamente insito in quell’organizzazione sociale minima che si è soliti considerare “naturale” che è la famiglia – non a caso il regista/attore nell’estate 2018 mise in scena per la Biennale di Venezia un altro testo che di dinamiche familiari malate trattava, Spettri di Ibsen (lo recensimmo per PAC).

Nel dramma di Tennessee Williams c’è l’apprensione eccessiva e cieca di Amanda, madre non soltanto fisicamente ingombrante e incapace di ascoltare realmente i propri figli. C’è il disperante senso di inanità condiviso da Tom e Laura che, nondimeno, differiscono nella reazione a esso: mentre il primo si rinchiude nel mondo illusorio del cinema e dell’alcool e, alla fine, sceglie la fuga; la seconda si ripiega ognora di più su se stessa, autocondannandosi a una solitaria prigionia.

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I tre personaggi conducono esistenze parallele che mai riescono davvero a incrociarsi: i dialoghi non sono che monologhi sovrapposti – esemplare la scena in cui Tom e Amanda si scambiano accuse reciproche in un infinito ritornello fatto delle medesime battute pronunciate con ritmo e tono costantemente variati, dalla rabbia alla risata, dalla lentezza alla repentina accelerazione.

Un microcosmo sull’orlo di un’esiziale implosione, affrettata dall’ingresso di un quarto personaggio, Jim (Mario Pirrello), il collega di lavoro di Tom, l’unico che non veste abiti da clown e che fa capolino in scena con il volto non ricoperto da biacca, né naso rosso posticcio. Una diversità che è indice dell’irruzione della vita reale in un luogo che pare esistere in una dimensione non più umana, una sorta di specchio magico nel quale si riflette la malattia che affligge la famiglia Wingfield.

Leonardo Lidi sceglie una chiave surreale ed evidentemente “finta” – e lo dichiara apertamente all’inizio dello spettacolo per bocca di Tom, temporaneamente incaricato di essere portavoce del regista – poiché correttamente convinto che soltanto allontanando dalla concretezza e dal realismo una particolare situazione, sia possibile coglierne i dettagli più minuti e le verità ultime e celate. Un’impostazione registica condotta con solida coerenza nel corso dello spettacolo, che sa evitare pure la trappola dell’eccesso e del compiacimento.

Il grottesco e il surreale non si tramutano mai in barocchismi né in iperboli gratuiti bensì dettano un andamento mai ridondante né smodato, rigorosamente misurato e quasi pacato. Peculiarità che qualificano anche la prova dei quattro mirabili interpreti, capaci di smussare acutezze e nevrosi dei propri personaggi, consegnandoci a tratti una quiete drammaticamente disperante.

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Lo Zoo di vetro – la collezione di animaletti di vetro di Laura che dà il titolo al dramma è qui una scatola di cartone – è dunque ripensato e riscritto in scena secondo una prospettiva inedita eppure fedelissima e, anzi, luminosa nel sottolineare l’universalità del testo di Williams, a testimoniare della felice crescita della padronanza di Lidi, capace non soltanto di sviluppare con uniformità un’idea registica originale ma anche di dirigere con mano salda i propri attori, professionisti e complici di uno spettacolo che agghiaccia e intimamente interroga gli spettatori.

www.fondazionetpe.it; www.luganolac.ch

ZOO DI VETRO

di Tennessee Williams
adattamento e regia  Leonardo Lidi
dalla traduzione di Gerardo Guerrieri
scene e light design Nicolas Bovey
costumi Aurora Diamanti
sound design Dario Felli
interpreti Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Mario Pirrello, Anahì Traversi
produzione Luganoinscena/Lac Lugano arte e cultura; in coproduzione con Teatro Carcano Centro d’arte contemporanea, TPE-Teatro Piemonte Europa; in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

Teatro Astra, Torino
19 novembre 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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