Tutti gli elementi del femminile: l’universo magico di Silvina Alfie e Mache Figini

ELENA ZETA GRIMALDI| Un’ombra si proietta sul fondo della scena, ingigantendosi a ritmo di tamburo, mentre la proprietaria si avvicina alla soglia dello spazio, fino a rivelarsi: la silhouette di una bambolina con i capelli perfettamente in piega, vaporosi intorno alla fronte come vaporosa è la gonna intorno ai suoi fianchi, stratificata di tulle e balze. Il buio si dissolve un poco, un fuoco primordiale la illumina e l’inganno dei suoi contorni si dissolve: schiacciata sotto il peso della sua natura ci appare l’essenza di guerriera, donna dell’alba della nostra specie, o forse visione incarnata di una divinità immanente. Fiera e bestiale, così saldamente ancorata alla terra da sembrare che i suoi piedi si prolunghino in radici che sommuovono il suolo a ogni passo; eppure così leggera e aggraziata nella sua spontanea follia che si getta a capofitto a rincorrere i desideri da un estremo all’altro della loro estensione.

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In Ellas en mi (letteralmente Esse in me), ultimo spettacolo di Silvina Alfie, attrice, regista e pedagoga argentina, c’è prima di tutto un corpo. Un corpo in grado di disegnare, con tratti da impressionista, un corpus di donne, una raccolta di archetipi e voci della femminilità.
Dopo il debutto a Buenos Aires in ottobre, la Alfie (ri)approda al Teatro dei Naviganti di Messina, con il quale collabora («tanto en Argentina como en Italia», scrive l’artista nella sua biografia) dal momento della sua fondazione, aggiungendo a questo sodalizio trans-oceanico l’estro dirompente di Mache Figini, performer protagonista di questo lavoro.

Entrambe sono state ospiti della compagnia anche la settimana seguente alla messa in scena, in cui la Alfie ha tenuto un workshop dal titolo “La presenza come tessitura dell’anima”, un esperimento che mescola pedagogia teatrale e astrologia, utilizzando la carta natale dei partecipanti come una mappa di energie e personalità a disposizione dell’attore: energie differenti, a volte opposte, che ora si aiutano ora cercano di sopraffare le altre, ma che sono tutte strati che ci formano e che sfogliamo durante la vita. Innumerevoli sono le sfaccettature e le potenzialità dell’animo umano e, al contrario di quanto può apparire superficialmente, ognuno di noi le ha tutte a disposizione, è solo la loro combinazione che cambia. L’idea è quella di conoscere gli strumenti che ci ritroviamo a disposizione per far fronte alle esigenze che ci si pongono, in scena e non: «Costruire a partire dagli archetipi, dagli elementi, comprendendo che il fatto teatrale abbraccia tutto l’universo», è scritto nella presentazione del laboratorio.

Allo stesso modo, in Ellas en mi  il fatto femminile abbraccia tutte le donne. O sarebbe meglio dire i fatti femminili abbracciano tutta la donna? È questo scarto tra singolare e plurale che il corpo in scena assume su di sé, un vuoto che riempie trasformandosi continuamente, da bambina d’improvviso vecchia, da madre-angelo a mamma-schiava, da amante indipendente a solitaria zitella, da ancella della contingenza a dea dell’eternità. Il corpo è il perno di una drammaturgia che dispone degli elementi scenici come dei corpi celesti, interseca le loro orbite dando vita a fenomeni mozzafiato. Si spoglia un passo alla volta degli strati che l’avvolgono, materici e protagonisti quanto il corpo che rivestono (un lavoro davvero degno di lode, quello della costumista Betania Almendra Abango), o al contrario si appropria di ciò che trova lungo il percorso, e sembra prolungarsi nelle forme dei tessuti che lo inglobano: la ammiriamo avvilupparsi in un apparentemente infinito strascico di sé, o destreggiarsi tra coni di luce eterea, alternando sacro e profano, umano e divino, dramma e commedia.

Concluso il suo momento, l’abito viene appeso alle sue ali e resta lì a vegliarla, lasciando spazio, dopo il racconto del corpo, a quello della voce.

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«Io voglio essere una che ha tempo» è il ritornello che si ripete, tra una nenia per cullarsi e un grido per acquietare l’esaurimento nervoso. Un breve ma esilarante monologo rimescola di nuovo la storia (le storie), ne cambia avvenimenti e personaggi senza lasciarci modo − né, tanto meno, voglia, rapiti come siamo dall’energia della performer − di capire quando una è subentrata all’altra. Ognuna emette la sua nota, ma tutte le voci si accordano, ed è da una sola bocca che quella polifonia di essere sgorga e si sparpaglia, straripa e si ritira, ma poi ritorna di nuovo, come un’onda: «Io voglio essere una che ha tempo».

Ma avere tempo per cosa? Avere tempo per chi?

Chi siamo?

Il dilemma irrisolvibile. Su cui tutti – purtroppo, specialmente tutte − ci arrovelliamo senza trovare la soluzione giusta: il mondo si è fatto moda, la cultura (dal lat. colĕre, «coltivare») si è fatta cool (da UrbanDictionary, «superiore, desiderabile, degno di approvazione»), e noi siamo oggetto di aspettative sempre più invasive e in mutamento sempre più rapido. Un tornado di desideri in contrasto ci trascina nel suo roteare senza sosta, ci confonde, ci sbatacchia da un estremo all’altro della sua estensione, e spesso ci terrorizza trascinandoci sempre più dentro. È solo raggiunto l’occhio del ciclone che troviamo una calma irreale e improvvisa, inaspettata. Ed è forse la fatica di tanto cercare che ci fa accorgere della più semplice delle cose: non solo possiamo essere tutto ciò che vogliamo, ma siamo tutto anche senza averlo voluto.

 

ELLAS EN MI

Compagnia Enlazadas di Buenos Aires, Argentina
con Mache Figini
costumi Betania Almendra Abango
scenografia Paz Tamburrini
testo Judit A. Gutiérrez
video Bianca Motta
progetto grafico Carla Almirón
regia Silvina Alfie

Teatro dei Naviganti, Messina
9 novembre 2019



Categorie:Danza, Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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