Tutto quello che siamo è in natura. A Laminarie, Il suono degli ecosistemi di David Monacchi

RENZO FRANCABANDERA | Alla fine ero talmente avvolto da trovarmi in una trance profonda, ipnotica. Attorno a me persone sedute in ascolto immersivo, alcune letteralmente condotte in uno stato di rilassamento profondissimo, altre prese da una dimensione di passaggio verso un paesaggio mentale immaginario ma concreto, frutto delle creazioni sonore di David Monacchi, ricercatore, compositore e sound artist, il cui specifico artistico nasce dalla registrazione sul campo degli ambienti sonori naturali del mondo che poi, attraverso  manipolazione elettroacustica, diventano documentari sonori e composizioni eco-acustiche per concerti di musica contemporanea, installazioni sonore, musei, pubblicazioni discografiche e spettacoli multimediali.
Monacchi da due decenni ormai è impegnato attivamente nella registrazione del paesaggio sonoro degli ecosistemi primari tropicali e, con la collaborazione di Greenpeace e WWF, attraverso il progetto Fragments of Extinction, ha realizzato dal 2002 in avanti registrazioni in alta definizione dell’intero ciclo circadiano nei tre habitat principali della foresta pluviale primaria, con le quali ha composto una serie di documentari sonori. La sua attività è stata anche oggetto di un documentario di grandissimo successo, Dusk Chorus di Nika Šaravanja e Alessandro d’Emilia, premiato in moltissimi Festival in tutto il mondo.

È stato possibile vedere di recente il film, incontrare i registi e Monacchi a Bologna, all’interno di Gli anni incauti, il titolo della rassegna realizzata da Laminarie per DOM la cupola del Pilastrouna stagione che coincide con due anniversari: i 25 anni di attività di Laminarie e i 10 anni dalla fondazione di DOM.
Ne è venuto fuori un calendario di iniziative composto da cinque sezioni dedicate alla botanica – reale e immaginaria – e agli alberi intesi come simboli potenti che si esprimono, nello spazio e nel tempo, in un’infinita varietà di forme, modificando il paesaggio urbano.
Ad ogni sezione del programma è abbinata una pianta con caratteristiche affini all’iniziativa proposta.

Schermata 2019-11-23 alle 10.50.15E il 20 novembre è stato appunto il turno di Il suono degli ecosistemi, l’installazione sonora curata da David Monacchi, all’interno della quale è stato possibile ascoltare tre creazioni: Fragments of Extinction, 18’ (Sequenza di registrazioni di foresta primaria da Amazzonia, Africa, Borneo), Stati d’Acqua, 16’55’’ (Composizione 8 canali sull’elemento acqua) ed Echoes of a Sonic Habitat, 10’58’’ (Composizione ecoacustica 8 canali di ricontestualizzazione sonora).

Abbiamo intervistato Monacchi, in occasione della presentazione di questa installazione sonora.

Quando è avvenuto, nelle esplorazioni naturalistiche, il passaggio fra landscape e mindscape? Come si fa a trasferire un ecosistema attraverso i suoni?

Questo lavoro che facciamo, in realtà ha poco di un paesaggio immaginativo. La ricerca è sul soundscape, e l’assunto di base è quello di ascoltare. Fin dagli ultimi anni di conservatorio ho avuto la compulsione a registrare, a utilizzare i microfoni.
Trovavo, durante le mie ricerche, sistemi di ordine di particolare forza nella natura; nella composizione musicale elettroacustica univo il reperimento di materiali concreti sul campo e di canoni estetici che venivano direttamente dalla natura. Ho passato intere primavere in habitat temperati a registrare: è il periodo dell’anno in cui ci sono più specie che vocalizzano. Cercavo ambienti naturali senza suono antropico che li contaminasse. Una sorta di purezza del suono naturale.

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Immagini tratte dal documentario Dusk Chorus

A partire dagli anni ‘80 questa idea si è evoluta in registrazioni spazio-conservative che non solo registrano tempo, frequenza e timbri ma anche lo spazio, la relazione spaziale fra i suoni, la vicinanza, la direzione.
E forse un mindscape arrivava da lì, dalla conseguenza diretta dell’analizzare in modo specifico le relazioni spaziali fra i suoni. Una valle, due usignoli che si cinguettano da una parte all’altra della valle, i grilli che ne fanno tappeto sonoro… Tutto ciò spesso viene dato per scontato, la struttura di questo suono è spesso banalizzata, ma se si analizza questa cosa con profondità, si può visualizzare realmente lo spazio attraverso il suono. Il mindscape non è inventivo, ma arriva nel riportare una fedeltà del suono che è organizzazione dei paesaggi sonori.

Come è avvenuta la raccolta dell’informazione sonora? Che difficoltà ha presentato e cosa significa essere “artista”, se significa qualcosa, in una foresta pluviale?

Innanzitutto un biologo nella foresta fa cose diverse da un musicista compositore, ha un filtro scientifico che gli fa percepire alcune cose: noi che ci occupiamo di composizione abbiamo un orecchio che guarda al sistema, non alle specie o alle relazioni fra individui, ma a leggere l’ottica di sistema, arrivare alla raccolta di queste polifonie dell’evoluzione o della coevoluzione da cui sono costituite, non occorre far nulla. Un artista sicuramente sa mettere in moto procedure di raccolta del suono che sono diverse rispetto a quelle di un biologo o bioacustico. La direttrice principale è stata quella di operare un’analisi in tempo reale, tale da piazzare i microfoni nei luoghi più adatti, in cui si conserva il maggior numero di linguaggi, in compresenza. L’intero ecosistema, possibilmente.
Tutto è stato preceduto da un’indagine analitica, volta a determinare quanto i singoli elementi di questa spettromorfologia fossero equilibrati fra loro nella presenza. Se ci fosse vicino al microfono un individuo di una specie che copre tutte le altre per la sua prossimità al microfono la registrazione non sarebbe utile ai nostri fini.
Oggi utilizziamo come standard tre sistemi microfonici che registrano un totale di 38 tracce in contemporanea, che restituiscono la sfericità del campo acustico. Lo spazio ci parla dei territori dei vari individui, della suddivisione in territori da parte degli stessi.

Rispetto al risultato finale, al di là della sofisticata dotazione tecnologica per permettere una restituzione del suono più fedele possibile all’originale, quale elemento profondo pensa possa arrivare, di quello che ha sperimentato, a chi vivrà questa restituzione “solo” attraverso il senso dell’udito?

Direi che la cosa più rilevante è sicuramente la patrimonializzazione dei suoni delle foreste che stanno scomparendo. È un patrimonio immateriale naturale. In foresta l’udito è la cosa più importante. La vista è occlusa da piante, foglie. Il massimo che si vede è a 5-6 metri di distanza. I nativi e gli animali si affidano all’udito per indagare il territorio, e quindi oltre ai segnali chimici, l’udito è il senso più efficace per conoscere gli habitat ad altissima biodiversità, come le foreste equatoriali. Non si potrebbe fare altrimenti.
Nell’arco di 20 anni, insieme ai miei collaboratori della No Profit Fragments of Extintion, l’obiettivo della ricerca nella sua declinazione artistica, una volta tornati da quei luoghi, è diventato pian piano la restituzione di paesaggi sonori complessi con impianti installativi che ne restituiscano la sfericità. Ho contribuito alla realizzazione di una sonosfera all’interno del Museo Rossini in geometria sferica (la più alta definizione audio mai tentata al mondo). L’obiettivo non è un esercizio tecnologico ma restituire nella maniera più fedele possibile l’armonia della sfera acustica tridimensionale. Lo scopo ultimo di Fragments è parlare di estinzione, di ciò che sta accadendo a velocità enorme. Nel tempo in cui ho risposto a queste tre domande, si sono estinte tre specie viventi, trentamila all’anno secondo alcune stime, un fenomeno di molti ordini di grandezza superiore rispetto ai processi di estinzione naturale, di fondo. Il progetto mira quindi a puntare il dito contro l’estinzione di massa in atto e lo facciamo attraverso il suono, un mezzo estremamente potente, immediato, efficace.
Un’ultima cosa che vale la pena dire è che queste ricostruzione di habitat sonori complete (le nostre sono di 24 ore per volta) vogliono portare il pubblico dentro spazi di riconversione con il mondo naturale. Quando andiamo in foresta siamo disturbati da insetti, pericoli e altro. Mentre in questi contesti la possibilità di fruire di quella sensazione sonora senza l’elemento di disturbo, permette un livello di concentrazione sul suono altissimo.

IL SUONO DEGLI ECOSISTEMI

Installazione acustica a cura di David Monacchi

Fino al 30 novembre
DOM/La cupola del Pilastro, via Panzini 1/1, Bologna

Schermata 2019-11-23 alle 11.40.51

http://domlacupoladelpilastro.it



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