Mangiafoco: Latini e lo spettatore nel labirinto dei segni

MARIA FRANCESCA GERMANO | Mentre nell’auditorium Serra del Sole di Matera rimbombano gli applausi alla fine del debutto di Mangiafoco, di Roberto Latini, qualcuno felicemente confessa: «Non ci ho capito niente, ma è stato bellissimo!»

Forse è questo l’approccio giusto per affrontare Roberto Latini senza sentirsi frustrati da una continua ricerca di senso nell’opacità dei suoi tanti segni; là dove la semiotica sembra subire una sospensione per lasciar spazio agli stimoli quasi erotici dei codici visuali e uditivi del suo teatro.

Luogo dei tanti paradossi: ci parla di classici, ma facciamo fatica a scorgerne l’intelaiatura, ci subissa di citazioni e infiltrazioni d’autore la cui presenza, se mai si riesca a riconoscerne lì per lì la fonte, sovente non riusciamo a giustificare. Convoca personaggi assenti confondendoli con i presenti a cui chiede di essere sinceri quando mentono. Nutre l’ego di coloro a cui è sempre tutto chiaro e, molto poco democraticamente, mette all’angolo lo spettatore medio, costringendolo spesso a gettare la spugna. Sfinito. Ma è proprio qui, in questa resa, che l’influsso della sua poetica ammalia ineluttabilmente. Attratti dalla parola fisica, sedotti da inflessioni e temperature vocali, suggestionati da note dolci o stridori di archi, da pose di un corpo fuori asse in punta di piedi a fagocitare microfoni, affascinati da costumi, bagliori, tremori di arti, stupiti da colori e rarefazioni, gli spettatori, sconfitti, recepiscono – intatto – il piacere primigenio dell’invenzione: verbale, visuale, ludica, aleatoria. Il piacere dell’immaginazione.

 

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È vuoto l’enorme palcoscenico dell’asettica sala. Solo una fila di tre sedie da cinema, dotata di rotelle. Sullo sfondo una tenda-sipario scura. Dopo il buio iniziale le luci di Max Mugnai si riaccendono a illuminare tre attori. Indossano grandi maschere del Topolino disneyano, archetipo di personaggio inventato; qui, forse, nelle vesti di platea di una recita meta teatrale. Tra risatine, urla e versi lontani dall’espressività onirica di un tempo altro, gli ominidi-pupazzo, come in una danza birichina, fanno giravolte, si moltiplicano. Attraversano lo spazio scenico in scivolata sulle sedie fino ad accomodarsi per lo spettacolo, nella inquietante fissità che la maschera restituisce.

Comincia lo show: Marco Sgrosso, nel cerchio di luce riflessa dall’occhio di bue, doppiato dalla sua ombra nitida sul fondo scuro, in vestaglia da camera, si ferma davanti al microfono: «Io (pausa), buonasera, mi chiamo Marco, sono dello scorpione e sono nato a Napoli».

Uno per volta, in una specie di modalità-audizione, gli attori Marco Sgrosso, Marco Manchisi, Marco Vergani, Savino Paparella, Stella Piccioni e poi alla fine – dopo gli intrecci della costruzione drammaturgica – anche Elena Bucci e Roberto Latini, mettono in scena la propria storia, il proprio vissuto, il racconto delle proprie origini artistiche, nell’apparente libertà di ‘essere’ davanti al “silenzioso coro” della platea, osservati dagli ascoltatori mascherati che guardano sé stessi attraverso lo specchio metamorfico del tempo dilatato. Tutti ad accendere la scintilla teatrale che scaturisce dall’alleanza silenzio-presenza.

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Tra aneddoti divertenti, stralci di copioni e omaggi a grandi maestri, gli attori ci conducono nella loro teatralità. Puntellano i monologhi con numerosi riferimenti letterari – la cui legittimazione drammaturgica lascio alla sensibilità artistica di ciascuno. Sgrosso evoca la Passione di Cristo, Manchisi cita Totò ed Eduardo, Vergani nomina Woyzeck e Sofocle, Savino Paparella (il cui motto: «il cane non fa bau» candiderei a battuta più divertente della stagione) recita Enrico V; e ancora, Stella Piccioni ci parla di Leopardi, Elena Bucci di Nora in Casa di Bambola. Infine Roberto Latini chiude con La ragione degli altri di Pirandello.

Nel cuore dello spettacolo, dopo una sequenza musicale dai toni ridondanti e ossessivi di Gianluca Misiti, inciampiamo nelle vicende del Burattino: «Smesso che fu di nevicare, smesso che fu di recitare, smesso che fummo di essere recitati, col mio nuovo bravo abbecedario sotto al braccio presi la strada che mirava alla scuola…».

Siamo nel capitolo di Collodi in cui Pinocchio, incuriosito dal Gran Teatro dei Burattini, cerca di vendere il suo abbecedario per quattro soldi, quelli che servono per comprare il biglietto ed entrare a vedere lo spettacolo. In un’atmosfera surreale, resa carica da un suono lungo costante, doloroso, Latini chiede al pubblico di recitare una battuta: “Per quattro soldi l’abbecedario lo prendo io”. Finalmente Pinocchio può raggiungere i suoi simili nel teatrino.

Gli stessi attori, in meravigliosi vestiti di carta bianca (Gianluca Sbicca), abitano da burattini lo spazio del Teatrino. È il climax della resa drammaturgica. Il momento in cui Pinocchio interrompe lo spettacolo dei burattini, suscitando le reazioni del pubblico, diventa il fulcro dell’idea registica di Latini, il punto di partenza: “l’interrompersi di uno spettacolo e le sue reazioni, attraverso la fondamentale riflessione sull’attore, marionetta e burattinaio”.

 

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Intanto noi, ignari del pensiero del suo creatore, avviluppati in una gazzarra di segnali acustici risonanti ed echi quasi interiori, incuriositi da totem produttori di effimero, confusi da dissimulazioni e contraffazioni, catturiamo frammenti disorganici della storia. L’arrivo del burattinaio Mangiafuoco e i suoi celebri starnuti di commozione, le minacce di gettare i burattini nelle fiamme per la cottura del montone e il perdono di Pinocchio, reo di aver interrotto lo spettacolo. L’assolo drammatico autobiografico di Roberto Latini chiude il cerchio dei monologhi in un dialogo con se stesso Mangiafuoco:  «Io mi chiamo Roberto, ho sette anni. Questo è quello che vorrei dire ogni volta al di là del sipario»
«Perché sei venuto a metter scompiglio nel mio teatro?»
«Mi creda illustrissimo che la colpa non è stata mia. Sono qui, perché trent’anni fa, a diciannove anni… ».

Mangiafoco ha starnutito e il perdono è definitivo. A suggellare la metamorfosi in atto ghiaccio e fuoco sulla scena, dove, a dirla con le sue stesse parole, tra costruire immagini e costruire immaginazione, Roberto Latini costruisce immaginazione.

 

MANGIAFOCO

drammaturgia e regia Roberto Latini
luci Max Mugnai
musiche e suono Gianluca Misiti
elementi scenici Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
con Elena Bucci, Roberto Latini, Marco Manchisi, Savino Paparella, Stella Piccioni, Marco Sgrosso, Marco Vergani
coproduzione Fondazione Matera Basilicata 2019, Piccolo Teatro di MilanoTeatro d’Europa, Compagnia LombardiTiezzi, Associazione Basilicata 1799/Città delle 100 scale Festival
in collaborazione con Consorzio Teatri Uniti di Basilicata
foto di scena Masiar Pasquali 

Matera, Cava del Sole-Serra
22 novembre 2019

 

 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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