Il passo breve dal teatro povero al “Povero teatro!”. Il dramma nazionale delle Residenze e del teatro di base oggi

RENZO FRANCABANDERA | Nel decennio passato si è assistito in Italia ad un “rifiorire” della teatralità diffusa in Italia: fra residenze artistiche, teatri abitati, recupero di luoghi dismessi del patrimonio architettonico-culturale in disfacimento e affidati a compagnie artistiche più o meno stabili perchè appunto ridessero loro vita dove c’erano erbacce, non sono poche le imprese culturali che sono nate e si sono radicate nei territori.
Se a proposito del fenomeno diversissimo che aveva contraddistinto gli Anni Settanta, Mirella Schino aveva parlato di “fioritura”, è innegabile che il decennio fra il 2005 e il 2015 ha portato nuovi germogli fra gruppi, laboratori artistici, forme aggregative di creatività liquida, a cercare una casa all’interno dei progetti che le Regioni e gli altri enti locali avevano via via promosso.

Un fenomeno molto diverso, sicuramente post-ideologico rispetto a quello che aveva caratterizzato negli anni vivaci dell’ideologia il “teatro-fuori-dal-teatro” (Marco De Marinis) e “di minoranza” (Ferdinando Taviani), in zone decentrate e marginali rispetto ai grandi circuiti dell’arte.
La storia del teatro italiano a proposito di quella spontaneità ricorda l’esperienza del Terzo Teatro, come lo chiamò Eugenio Barba, che al Bitef di Belgrado nel 1976 ne redasse un celebre “manifesto”, cui seguirono momenti di incontro, confronto, come il Convegno del Teatro di Base di Casciana Terme nel marzo del ’77 e, nell’autunno dello stesso anno, l’Atelier del Teatro di Gruppo organizzato dal Teatro Tascabile di Bergamo, fino ai festival di Santarcangelo diretti da Roberto Bacci a partire dal 1978.

Gli anni 2000 non sono stati nulla di tutto questo: sono nati gruppi di giovani sperimentatori di nuovi linguaggi, crossmediali, a volte postdrammatici e in alcuni casi post-teatrali, da Teatro Sotterraneo a Babilonia Teatri, fino appunto a Pathosformel e Santasangre, dove il teatro lasciava il posto ad un nuovo codice liquido e tutto da scoprire.
Nuovi spazi, nuove programmazioni e finanche un nuovo pubblico. Che adesso viene inseguito, corteggiato, formato.
Alcune regioni, come si evince dalla mappa delle residenze presa dal sito di Residenze Artistiche, si sono distinte nel sostegno a questa nuova creatività, smarcata da etichette politiche novecentesche e dalla pesante eredità dell’Italia bipolare figlia di quel contesto di pensiero. E’ una mappa di creatività liquida, trasversale, che nasce dalla capacità, spesso di nuovi soggetti, di proporsi e affermarsi con il loro linguaggio su scala nazionale in modo coraggioso e auto-organizzato, appoggiandosi al circuito dei festival, spesso, e tirando poi per i capelli i teatri istituzionali, costretti nel giro di pochi anni a trovare ampi spazi nella programmazione per questo nuovo vento creativo.

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la mappa delle residenze artistiche in Italia dal sito http://www.residenzeartistiche.it

Ma il rischio della bipolarità si riaffaccia ora, intesa però come dinamica schizofrenica da parte di artisti e soggetti imprenditoriali che dopo aver creduto ed investito in questi esperimenti di affidamento e riqualificazione di luoghi della cultura spesso in dissesto, si trovano in molte regioni in grave crisi di liquidità, per via delle finanze prosciugate degli enti locali.

Se gli Anni Ottanta hanno lasciato la sensazione della “fine dei movimenti” e gli anni Novanta e Duemila si sono portati via gli ultimi grandi interpreti del teatro di regia del Novecento, questo vuoto è stato riempito da forme nuove del linguaggio e dell’espressione umana, dal teatro di narrazione a quello di immagine, capaci di accogliere con le più svariate forme mescolate alla tecnologia digitale, i nuovi bisogni delle comunità, che avevano perso i momenti aggregativi che la politica e l’ideologia aveva dato.
Ecco dunque che i teatri diventano a loro modo piccole parrocchie, le residenze luoghi di resistenza al degrado in non poche periferie. In questo contesto, come non menzionare l’esperienza del Teatro delle Albe, per esempio con una semina continua e costante di germi di cultura del linguaggio della scena nelle periferie dell’Italia e del mondo capaci di far fiorire giardini della speranza in luoghi abbandonati dalle istituzioni, come a Scampia, ad esempio, negli anni alla fine del primo decennio del nuovo secolo. Quella di Ermanna Montanari e Marco Martinelli è un’operazione di portata indubitabilmente storica, trasversale, di violenta dolcezza, sostenuta certamente dalle istituzioni locali e non solo, ma voluta dagli artisti stessi oltre ogni limite ragionevole.
Loro, come tutti i percorsi che hanno in questi ultimi trent’anni favorito rieducazione attraverso il teatro ad esempio nelle carceri (da Punzo a Volterra in avanti, fino alle molte dei nostri giorni da Opera Liquida a Teatro dei Venti e tante altre) o affiancato il disagio psichico e le periferie (Olinda, Teatro Periferico, ecc), hanno creato una mappa di civiltà liddove le istituzioni, per mancanza di fondi e per politiche di disimpegno dello stato da queste aree dei servizi, venivano meno.
Ecco quindi che il teatro, è diventato un baluardo al degrado violento delle periferie, un collante delle istanze sociali nuove, la forma espressiva con cui una nuova generazione aveva scelto di raccontarsi, continuando a preferire la presenza fisica all’assenza della digitalità social, che nel frattempo si andava diffondendo con gli effetti tragici di eterodirezione collettiva che sono sotto gli occhi di tutti oggi.

Se negli anni Ottanta l’esaurimento del teatro di gruppo è coinciso con la contestazione politica, nel secondo decennio degli anni Duemila il “rifiorire” del teatro come forma espressiva coincide con il bisogno conclamato di una nuova politica.
Questa richiesta spiazza e mette in difficoltà l’impianto di potere tradizionale, che ha sempre visto nel finanziamento all’arte, anche una forma generalizzata di creazione del consenso, mentre nel tempo l’arte e la sua declinazione sociale sono diventate presidio para-istituzionale contro la barbarie proprio in zone dove la politica aveva fallito. Si pensi al lavoro di Carovana Smi nella zona del Lazzaretto a Cagliari, di Atir nella periferia di Milano, di Nuovo Teatro Sanità a Napoli.
Ma come sopravvivono realtà come queste?

Ci siamo di recente occupati, fra i primi in Italia, dei tagli al FUS, il fondo unico nazionale di sostegno alle politiche dello spettacolo, e prendiamo qui spunto da due diverse battaglie che sta conducendo C.Re.S.Co., il Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, in alcune regioni d’Italia dove il sistema è prossimo al collasso.
screenshot_20180208-103849_1.jpgPremiato con il premio Ubu 2017 per la sua attività a livello nazionale a favore della diffusione e della difesa delle imprese operanti nel settore della cultura, il coordinamento si pone quale interlocutore propositivo presso le istituzioni nazionali e regionali, essendo composto da centinaia di organizzazioni che lavorano nella produzione e nella diffusione della scena contemporanea, sia nel teatro che nella danza. Ed è proprio di queste ultime ore la presa di posizione delle realtà aderenti a C. Re.S.Co. in due regioni, la Puglia e il Lazio dove la realtà delle cose si sta facendo difficilissima.

La Puglia è una delle Regioni riconosciute tra le più virtuose degli ultimi anni nel campo delle Politiche Culturali. Negli anni della svolta di Nichi Vendola, la regione ha avuto una continuità di gestione della politica culturale affidata a Silvia Godelli.
La Puglia è stata fra le regioni che più ha creduto nel sistema delle residenze, e ancora di recente l’Assessorato all’industria turistica e culturale regionale ha dichiarato un “investimento complessivo nel triennio 2017-2019 che supera i 75 milioni di euro, pari a oltre 25 milioni di euro all’anno.
Parliamo in teoria di una mosca bianca fra le regioni italiane, poche delle quali investono un simile budget nella cultura. Eppure, nonostante queste premesse, le condizioni in cui versano le imprese dello spettacolo dal vivo destinatarie di parte di queste risorse sono al limite della sopravvivenza. La triennalità che avrebbe dovuto essere la scelta di respiro lungo e di tranquillità degli operatori è diventata una modalità che sta portando molte realtà vicino al fallimento.
Basti pensare che la Regione solo lo scorso 20 febbraio ha approvato delle graduatorie provvisorie relative agli avvisi pubblici per presentare iniziative progettuali riguardanti le attività culturali e lo spettacolo dal vivo e le residenze artistiche (art. 45 del D.M. 1 luglio 2014) che prevedeva un cofinanziamento minimo delle imprese del 40% (che in molti casi ha virtuosamente toccato il 50%), ma di un bando che scadeva a Luglio 2017.
Si parla di 7 mesi per una graduatoria provvisoria che – al netto di eventuali ricorsi – diventerà definitiva in questi giorni, dando il via alla rimodulazione dei progetti e successivamente alla firma delle convenzioni e alla possibilità per le imprese di richiedere finalmente un’anticipazione bancaria su un progetto avviato circa 17 mesi prima.

many-hands-reaching-out-money-25632572.jpgPer capirci, tutte le imprese che hanno avviato e sostenuto interamente da gennaio 2017 le attività descritte nel progetto triennale, si trovano nella condizione di non poter assicurare diritti e retribuzioni ai lavoratori per assenza di liquidità e di non poter garantire con continuità i servizi offerti ai cittadini, compromettendo proprio quell’ “orizzonte pluriennale” che ha guidato l’investimento triennale della Regione. Per non parlare del rischio di mancato pagamento dei contributi, con l’assurdo paradosso che per il ritardo nell’assegnazione dei fondi, le imprese culturali si troverebbero beffardamente fuori dai parametri di regolarità amministrativa previsti dal DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva), necessari per poi averli. Pazzesco!
Tu Regione ritardi il bando, non mi finanzi da più di un anno, non posso più pagare né stipendi né i contributi, non posso mantenere la regolarità amministrativa e quindi… non posso avere più i fondi.
I lavoratori dello spettacolo pugliese sono al punto ormai di lavorare per pagare i contributi e mantenere la regolarità amministrativa, lasciando accumulare gli stipendi non saldati, nell’attesa che si compia la beata speranza.
E mica solo in Puglia.

Di fronte a questo stato di crisi è evidente che occorre abbreviare la tempistica utile alla firma della convenzione ed avviare il lavoro per la stesura della nuova legge regionale dello spettacolo dal vivo, istituendo magari, come chiede C.Re.S.Co., un tavolo di concertazione permanente con le parti interessate.

Ma se la Puglia piange il Lazio non ride.
“Gentile Presidente Zingaretti, congratulazioni per la vittoria che rinnova la Sua presidenza alla Regione Lazio.” Così inizia la missiva che sempre C. Re.S.Co., ma questa volta nell’associazione delle realtà laziali, ha spedito in queste ore al nuovo (e vecchio) presidente di una regione dove hanno sede moltissime organizzazioni culturali e tanti artisti. Il Lazio ha portato a termine una legge sullo spettacolo dal vivo che si aspettava da anni. Quella legge, però non è adeguatamente finanziata, perché, rispetto ad altre regioni, sono pochissime le economie a valere sul Fondo Unico per lo Spettacolo Regionale. Così come non è stato risolto l’annoso problema del ritardo dei pagamenti: la Regione Lazio deve ancora liquidare al settore buona parte degli investimenti del 2016!!

Si attende con ansia la nomina di un Assessore alla Cultura forte e competente, che conosca il settore nelle sue articolate e complesse ramificazioni, che sappia valorizzare le potenzialità di un mondo diffuso e stratificato e che sappia mettere a sistema l’enorme proposta culturale che il territorio è in grado di produrre, meglio di come è accaduto negli scorsi anni.

7_265_L.jpgParole cortesi, come si addice a chi pratica la cultura, ma il senso di disperazione per molti è forte, così come la sensazione di grande ricattabilità del contraente debole, che resta sotto schiaffo del decisore pubblico, specie quando dal suo si o no dipende non la disponibilità di risorse future, ma quella per chiudere i debiti fatti per andare avanti in passato.
Un no vorrebbe dire, per qualcuno più in difficoltà, portare i libri in tribunale.
E immaginiamo non sia bello vivere in questo terrore.
E questo non vale solo per Puglia e Lazio.
Figuriamoci poi per chi i soldi pubblici nemmeno li prende (e sono tutti gli altri che sulla cartina sono senza bandierina).

PAC si dedicherà nei prossimi mesi a dare evidenza dello stato dell’arte nelle diverse regioni, sviluppando un dialogo con le realtà territoriali, per comprendere cosa significare fare progettualità con l’arte oggi in Italia.



Categorie:Danza, Novità, Pensieri oscenici, punti di vista, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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