“Ray, da quel bollito in avanti, ti ho sempre pensato a teatro!” Appunti su Carver in scena

img_5872RENZO FRANCABANDERA | Mi ricordo che dieci anni fa, quando avevo da poco iniziato il mio percorso di osservatore e critico teatrale, lessi Cattedrale, la raccolta di racconti di Raymond Carver edita Minimum fax. Mentre lo facevo, pensavo a quanta teatralità ci fosse dentro quel testo e in tutti gli altri racconti del volumetto che da quello più lungo prendeva il nome. Mi ricordo anche che ne parlai esplicitamente a Carla Chiarelli e Fabrizio Parenti in un pranzo a base di bollito e salse, una delle prime cose che assaggiai in Lombardia, uno dei primi inviti a pranzo a base di teatro. Ancora oggi nel libro, a margine del testo, ci sono i miei appunti a matita per quella messa in scena solo immaginata. Negli anni seguenti è poi capitato di notare (e in un caso anche di vedere) un paio di spettacoli ispirati all’opera del grandissimo scrittore americano.

Si può quindi immaginare con quale stato d’animo io abbia affrontato la serata di ieri, quando per una fortunata combinazione, favorita dagli dagli orari sfalsati di inizio spettacoli milanesi (pratica intelligente e di successo), ho potuto vedere una dopo l’altra due creazioni immaginate proprio partendo dall’opera di Carver.
Era davvero un caso, certamente neanche voluto dai due teatri, il Teatro Libero che ospitava Ray, di Teatro del Simposio e a seguire il Teatro della Contraddizione con un’anteprima ancora a cuore aperto di Ad esempio questo cielo della Compagnia Dimitri Canessa.
Sono partito in moto sapendo che tra uno e l’altro avrei avuto 10 minuti scarsi per attraversare Milano e arrivare in orario per l’inizio del secondo.
Poi si dice “la critica comoda”, pensavo fra me e me bruciando pure qualche rosso…
E comunque, perchè il gioco della doppietta funzionasse, occorreva che al Libero il primo spettacolo partisse in orario. E per fortuna (e gentilezza) così è stato.

Ho sempre pensato che un posto molto giusto anche se non predestinato, per Carver, fosse il teatro, una considerazione che si rafforza anche dal riferirsi, in tante sue pagine sia di critica letteraria che di riflessioni sulla scrittura, a Cechov. E la somiglianza fra i due scrittori è davvero vorticosa non solo nelle atmosfere sospese, nel non compiersi degli eventi, ma anche solo banalmente nella forma, nella notevolissima produzione narrativa in dimensione di racconto. Penso anche però che al decidere di portare in scena Carver debba corrispondere un grande postulato di onestà concettuale e artistica, perché non c’è altro verso per poterlo fare; perché questa “verità” è proprio nella filosofia stringente, nella miseria umana che in tutte quelle pagine, parola dopo parola, si respirano, la fragilità, l’indicibile.

Ray, parte proprio da una riscrittura di uno di questi brevi scritti, contenuto nella silloge America oggi; uno dei suoi più duri: Con tanta di quell’acqua a due passi da casa. È la storia di un marito che torna dalla moglie dopo essere stato per alcuni giorni a pesca con amici, in un luogo remoto, e del suo raccontarle di aver trovato, nel lago in cui pescavano, il cadavere di una ragazza, appena arrivati. E di averla legata e tenuta lì fino al termine della loro battuta di pesca per poi avvisare la polizia solo una volta tornati da questo luogo sperduto. Il racconto è narrato dalla donna che rimane traumatizzata da questa narrazione e trova ragione, in questa vicenda,  per uno scollamento emotivo e sostanziale della sua vita di coppia.
Il pubblico entra in sala e trova già l’attore interprete di Carver (un equilibrato e maturo Mauro Negri) intento a scrivere a macchina, seduto in poltrona sotto un lume, nel lato destro del palcoscenico. Nel lato sinistro, invece la ricostruzione di una cucina americana di una casa operaia degli anni 60, con forno elettrico, il tavolo apparecchiato per la colazione, i primi brand come i Kellogg’s.

Ray_Teatro del Simposio

Lo spettacolo si apre con l’arrivo di un pescatore (l’attento Ettore Distasio, bene nel ruolo) che, bevendo whiskey alla bottiglia, allunga la sua canna da pesca sulle prime file della platea, contrastato da una livida luce verde. Tornerà poi a casa dove troverà la moglie, con cui farà colazione fumando, mentre lei cucina due uova al tegamino. Fumo e alcol sono una costante in questo allestimento, ma non in maniera posticcia o artefatta. I due elementi si intrecciano ad altri segni scenici come le pubblicità delle sigarette, quel mondo di mezzo secolo e passa fa, che mi ha fatto ricordare l’odore del fumo nelle mani di mio padre, o mia madre che spegneva una cicca nella buccia di un frutto appena mangiato a tavola.
Effettivamente, cinquant’anni fa anche per me.

La bella drammaturgia di Giulia Lombezzi si costruisce ricamando cuciture e piccole modifiche alle parole di Carver (le poesie Paura, Per Semra, con vigore marziale, e i racconti autobiografici contenuti nella prima parte di Voi non sapete che cos’è l’amore) con una fedeltà e una onestà di fondo di riscrittura rispetto all’opera del grande scrittore americano, e comunque con una capacità di tenere ritmo scenico fra il racconto, la biografia e l’impasto drammaturgico.

56225953_1766476716821271_1004663129084264448_nBene tutti e tre gli attori, nella resa di una parola che nel caso di Carver incarna oggetti, sensazioni, posture. Interessante lo stare in scena della Marchianò. La sua capacità di sguardo e di relazione, di contatto visivo con tutto l’universo attorno, sono una nota di interesse dell’allestimento, con una  potenza del suo corpo scenico, superiore a quella della parola.
I due uomini, uno personaggio e uno creatore di personaggi, nuotano con le loro ben dosate diversità interpretative dentro una riscrittura che prova forse anche ad avvicinarli in controluce, a definire una sorta di debolezza del dirsi.
Vuoi per il pathos nella riscrittura del racconto, vuoi per le interpretazioni felici sostenute da un bel disegno luci e dalle scelte musicali, lo spettacolo si consuma con una avidità fruitiva che fa dimenticare il senso del tempo. Nella chiusa drammaturgica che torna sul biografico stretto, in modo dissonante rispetto a quella che è stata la costruzione fino a quel momento portata avanti, forse è possibile immaginare una soluzione diversa: forse una voce off, o la tv invasiva e sempre presente nello spettacolo potrebbero meglio dire del personaggio pubblico Carver rispetto ai suoi personaggi, a-storici, a-temporali.

Da questo primo lavoro di natura sintetico-estensiva, per tornare sulla efficace dicotomia proposta qualche tempo fa su queste pagine da Michela Mastroianni, sgommiamo alle 22,13 verso il secondo, Ad esempio questo cielo che, limitando la sua indagine ultima alle sole poesie di Carver, preferisce un approccio analitico-immersivo.
230px-Raymond_Carver.jpgLa sostanziale differenza risiede nel fatto che, mentre il primo lavoro si riferisce, e per certi versi ritorna, sull’autore e la sua opera con un tentativo amorevole e nel complesso bene riuscito di farlo conoscere, il secondo mira a scatenare tutta una serie di derivate prime e seconde che dal riverbero di quelle parole sulla scena si produce sull’attore in una dinamica meno centrata sul letterario e più incardinata sul teatrale. Complesso ricavare una drammaturgia da un testo poetico. Ma pare che Carmelo Bene solesse ripetere agli allievi dei suoi corsi per attori che non potevano definirsi tali coloro i quali non avevano mai recitato testi poetici.
Si tratta in questo caso di un’operazione che è andata man mano sottraendo tutto ciò di cui si poteva fare, per così dire, a meno. Rimangono due attori in scena: uno vestito in elegante completo bianco, l’altro in completo amaranto. Lo schema compositivo vuole proprio lanciare simbolicamente la parola dentro la scatola con le due “belve affamate”, e vedere cosa rimane, all’osso dell’ispirazione. È una metafora che, a un certo punto, prende proprio corpo anche nello spettacolo, in un riverbero di parole che viene continuamente consacrato e dissacrato, elevato a rango lirico e poi ridotto a brandelli. Versi masticati, ripetuti, declamati ora illuminati da un sagomatore davanti al microfono, ora recitati coi calzoni abbassati, ora mimando in forma simbolica ed enfatica l’elemento poetico, ora a banalizzarlo. Questa tecnica permette anche di entrare e uscire dal gioco teatrale, dalla creazione di un pathos artificiale, e riporta sempre lo spettatore a un principio di razionalità, se così vogliamo definirla, brechtiana.
Descrivere evidentemente tutto quello che si distilla è praticamente impossibile trattandosi di azioni sceniche che compongono un pout purri tragicomico, volutamente carico, sovrabbondante, ludico ma che siamo confidenti, vista anche la qualità del materiale restituito agli spettatori, possa asciugare le ridondanze ritornando anche verso quel minimalismo coerente con la scrittura da cui trae origine.

Lo spettacolo è fisicamente molto agito, fin da subito, giovandosi di una presenza al centro della scena ineludibile, una pedana rotante che sviluppa e amplifica il gioco di relazione fra i due protagonisti, creando di volta in volta altri mondi, fra rappresentazione, sistema di relazione e intreccio delle dinamiche di senso fra i due. Spesso si tratta di vere e proprie gag che nascono dalla poesia stessa di Carver nella sua riproduzione teatrale e dai diversi codici stilistici, dalle diverse cifre attorali dei due attori, l’uno più tradizionale, l’altro vocato a un codice performativo della corporeità scenica. Lo scontro fra i due codici e le scintille provocate in questo attrito dalla parola di Carver, arrivano di volta in volta a creare, dramma, ironia, finzione, disvelamento.

56400366_232213670961855_4464129376136462336_n.jpgCorse forsennate intorno e sopra la pedana in movimento, rincorse, pause ed esplosioni drammatiche. In questo momento sicuramente la meccanica ha una sua modularità che gli artisti andranno sicuramente a rompere negli studi venturi, prima del debutto prossimo ad ottobre, ma il materiale compone un sudato drammatico e un disperato ironico che, se l’operazione di asciugatura si compirà in modo coerente con i postulati che il materiale ha in sè, può arrivare a una creazione finale di indubbia potenza. Forse la cosa più importante è che nessun gioco, neanche quello del sacro-dissacrato, finisca per imporre una regola stilistica che sopravanzi la necessità scenica, e che questa non trovi ragione solo in se stessa e nel riferirsi del teatro al teatro.

 

RAY
Con tutta quell’acqua a due passi da casa

 

tratto dalle opere di Raymond Carver
a cura di: Francesco Leschiera, Manuel Renga, Ettore Distasio
drammaturgia: Giulia Lombezzi
regia: Francesco Leschiera
con: Mauro Negri, Ettore Distasio, Ilaria Marchianò
scene e costumi: Paola Ghiano, Francesco Leschiera
luci: Luca Lombardi
produzione: CHRONOS3, Teatro del Simposio, Duchessa Rossa

 

AD ESEMPIO QUESTO CIELO
(anteprima)

regia Elisa Canessa
con Federico Dimitri e Andrea Noce Noseda
costumi Joachim Steiner-Oberndörfer
disegno luci Marco Oliani
produzione Compagnia Dimitri/Canessa e Theaterwerkstatt Glais 5 (CH),
con il sostegno di Kulturstiftung des Kantons Thurgau, Stadt Frauenfeld, Kulturpool Regio Frauenfeld, Joerg George Buerki-Stiftung, Domo Stiftung, Ernst Goehner Stiftung, Schweizerische Interpretenstiftung



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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